Chi ha paura del… l’educazione sessuale?

“Era una notte buia e tempestosa”… no questo era un altro incipit.

Però era una notte di alcuni giorni fa, in cui io e Laura Salvai disquisivamo su questi temi a partire dalla notizia del ritiro di una bambina da scuola perché traumatizzata da una fiaba in cui una principessa salvava il principe dal drago.
Ne è sortita una conversazione ricca di spunti e di riferimenti, anche storici, a cui ci rimanda il clima di questi tempi in cui parlare di educazione sessuale e affettiva a scuola ha creato notevoli incomprensioni e mistificazioni.
Per cui ho proposto a Laura Salvai dello Studio Pegaso, amica e collega piemontese, un’intervista su questi temi.


D: Laura, vuoi dirci brevemente chi sei e di cosa ti occupi nella tua pratica professionale?

R:  Sono una psicologa e psicoterapeuta libero professionista e mi occupo principalmente di clinica, promozione della salute e formazione. Lavoro con adulti, adolescenti e coppie e, oltre alla specializzazione in psicoterapia a orientamento cognitivo, ho anche una formazione quadriennale in sessuologia. Sono iscritta all’Albo degli psicologi della Regione Piemonte (n.6152), all’Albo della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica e all’elenco dei terapeuti EMDR. Come Consigliera dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte mi occupo principalmente di temi etici, tutela della professione e promozione della cultura psicologica. Per tutti questi motivi, la questione che abbiamo deciso di affrontare in questa intervista intraprofessionale mi é molto cara e ti ringrazio per questa bella occasione di confronto tra colleghe su un tema di grande attualità, e di divulgazione della buona informazione.

D: Come tutti noi, hai assistito a questo proliferare di teorie manipolate a partire dalla proposta di corsi sull’educazione affettiva e sessuale con i bambini. Cosa ne pensi?

R: Come professionista della salute sono colpita e anche arrabbiata per la cattiva informazione che sta circolando in merito alla questione. Vengono costruite  false verità che cercano di sfruttare l’ignoranza (come “non conoscenza”) e i timori delle persone, in particolare le famiglie, i genitori e la popolazione in genere, allo scopo di sostenere e rafforzare ideologie e stereotipi culturali e religiosi.

Allo stesso tempo, però, non sono affatto stupita di quello che sta accadendo. Nel corso dei secoli, la manipolazione di teorie scientifiche, concetti filosofici ed etici per scopi ideologici e di potere è stata molto più frequente di quanto possiamo immaginare.

Inoltre, testi ben più antichi e diffusi del documento a cui ti riferisci nella domanda, come quelli sacri, hanno dato vita a interpretazioni le più variegate, e a confessioni religiose disparate. Pensiamo a come uno stesso passo della Bibbia, ad esempio, sia stato interpretato in modo completamente diverso dalla religione cattolica e da quella protestante, senza parlare di comunità come quella di Geova, che hanno attinto dal libro sacro regole e prescrizioni molto differenti dalle religioni cristiane più diffuse.

Ognuno di noi cerca di interpretare a suo modo le leggi, le notizie, gli eventi, sulla base dei propri “filtri”, delle proprie credenze, e talvolta, purtroppo troppo spesso, dei propri scopi personali.

Nella storia dell’umanità, interpretazioni distorte o manipolatorie di teorie e scritti dal contenuto potenzialmente benefico, hanno avuto dei risvolti terribili e prodotto molto dolore psichico e fisico e tante vittime: pensiamo al Medioevo e alla Santa Inquisizione, alle Crociate, alle guerre di religione che ancora infiammano il Mondo, al terrorismo. Ogni epoca ha avuto la sua caccia alle streghe, e la nostra cultura moderna non è immune da questo fenomeno.

Possiamo pensare che dare false informazioni su un testo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità non sia così grave come gli esempi che ho appena riportato.  Ebbene, la falsa informazione, impedire che si educhino le nuove generazioni sui temi della salute psichica, dell’integrazione, della sessualità e dell’affettività, della buona gestione delle relazioni, crea tanto più dolore e vittime di quanto si possa immaginare. Quali sono le conseguenze, ad esempio, degli stereotipi di genere? Il bullismo omofobico, la violenza sulle donne, e molto altro ancora. Se non ci prendiamo la responsabilità delle conseguenze psicologiche, relazionali, fisiche di queste omissioni o distorsioni educative, mettiamo da parte molta della nostra umanità.

D: Ecco, a proposito delle fantomatiche linee guida dell’OMS che tanto scalpore hanno creato, da sessuologa cosa ne pensi?

R: In questo periodo si è sentito davvero di tutto. Addirittura si è detto che l’educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole si basasse su condotte discutibili e perverse. Non sto a indicare quali pratiche si è supposto venissero perpetrate da sedicenti formatrici e formatori sui bambini, e sinceramente mi stupisco che supposizioni di questo tipo vengano pensate da persone che si ritengono moralmente corrette, perché mi sembrano dei pensieri impensabili e anche malati. In ogni caso, come si può credere a tali assurdità? Molte delle cose che si dice dovrebbero avvenire in un’aula, si configurerebbero come dei reati penali gravissimi. [Tweet “Secondo voi l’OMS darebbe indicazioni contrarie alle norme di legge?”] Si permetterebbe di fare un’educazione di tipo traumatico a dei minori?

Educare non significa inculcare ideologie e valori propri negli altri, ma aiutarli a diventare se stessi, ad acquisire competenze personali e relazionali.

D: Dato che c’è molta confusione in merito a questi temi, potresti raccontarci qualcosa in merito alla sessualità infantile?

R: La sessualità infantile è qualcosa di molto semplice, spontaneo e naturale. Si tratta di una sessualità legata principalmente alla scoperta e al gioco, ovviamente ancora priva di alcuni aspetti relazionali e semantici importanti, che si costruiranno nel corso della crescita e attraverso le esperienze di vita. Nell’infanzia, siamo tutti già dotati di ciò che serve per esplorare la dimensione del piacere, anche se non si tratta ancora di un piacere condiviso. I bambini e le bambine scoprono ben presto che alcune parti del loro corpo sono più piacevoli da toccare e accarezzare rispetto ad altre e possono, di fatto, procurarsi eccitazione e raggiungere l’orgasmo, come gli adulti. Se questa ultima frase crea paura o sconcerto, è perché spesso gli adulti connotano negativamente ciò che ha a che vedere con la sessualità infantile, che è invece qualcosa di assolutamente spontaneo, naturale, biologico. Se questa spontaneità non viene bloccata da esperienze traumatiche (es. abusi) o stili educativi repressivi, vi saranno tutti i presupposti per sviluppare una sessualità adulta piacevole e sana.

Spesso, quando i genitori vedono i loro figli nell’atto di esplorare il loro corpo, li sgridano, dicono che quello che stanno facendo è sporco, che si devono vergognare: “Vatti a lavare le mani”! “Cosa stai facendo”? “Smettila subito”! Queste non sono sempre delle reazioni “cattive”, ma dipendono, a volte, da una lettura “adulta” della sessualità, influenzata anche da paure e disagi personali. È meglio far comprendere ai piccoli esploratori che quello che fanno non è un male, ma che ci sono alcune cose che si fanno in privato, da soli, e altre che si possono fare anche in pubblico; toccarsi certe parti del corpo è una delle cose che si possono fare quando non si è di fronte ad altre persone. È importante anche che il bambino comprenda che i genitali non sono delle parti sporche (“Vatti a lavare le mani”!) semmai sono delle parti delicate, di cui avere cura: le mani, è meglio lavarle prima di toccarsi, soprattutto se si è appena giocato con la terra, in cortile.

Nelle fasi successive della crescita, l’esplorazione può continuare attraverso il confronto con altri bambini e bambine. Anche questi giochi sessuali più “sociali” spesso sconcertano gli adulti, quando vengono scoperti, ma sono del tutto normali e hanno a che vedere con la curiosità di capire come sono fatti gli altri. [Tweet “Siamo noi a guardare queste pratiche spontanee con gli occhi della sessualità adulta.”]

Un’altra cosa importante, è che il bambino trovi risposte alle sue curiosità sulla sessualità. Queste risposte non devono essere astratte e incomprensibili, o fantasiose e fiabesche, ma chiare, utilizzando un linguaggio comprensibile, e senza fare appello a cicogne, api e cavoli. [Tweet “È importante anche il tempismo: quando un bambino fa una domanda, bisogna rispondergli. “]Spesso è l’adulto a stabilire il tempo delle risposte e spesso questo tempo è artificioso e ritardato. Si evitano le domande del bambino e poi, quando il bambino è diventato un ragazzo e probabilmente ha già delle conoscenze e non necessita di momenti imbarazzanti con i propri genitori, viene convocato con fare ufficioso da mamma e papà e sottoposto al rito del: “Ti dobbiamo parlare di una cosa”, in momenti assolutamente disconnessi da qualsiasi riferimento alla sessualità e senza che vi sia stata una richiesta da parte dell’adolescente.

D: Quali sono le paure legate al fare educazione all’affettività ed alla sessualità ai bambini secondo te?

R: Mi sono scontrata spesso con le paure relative all’educare i bambini e i ragazzi alla sessualità. Ciò che non si comprende è che la sessualità è ovunque: in televisione, su internet, nei graffiti sui muri, e anche nella mente e nel corpo. I ragazzi sono curiosi, si informano, si confrontano tra loro. Spesso le informazioni che raccolgono sono sbagliate; e allora non è meglio, forse, che queste informazioni le ricevano da chi ha la competenza ed è interessato al loro benessere, anziché da una trasmissione, una pubblicità o un sito?

Siamo di fronte a un paradosso culturale evidente: tutto è sessualità (pansessualismo) ma la sessualità allo stesso tempo spaventa (sessuofobia). Va bene pubblicizzare un orologio mostrando una donna nuda, ma non insegnare ai ragazzi bellezza e rischi di questo bisogno naturale.

Le campagne che attualmente distorcono i contenuti delle linee guida dell’OMS, di cui parlavamo prima, sfruttano proprio la non conoscenza, e le paure che questa genera. Tutti noi siamo spaventati da ciò che non conosciamo.

La diffusione di informazioni sbagliate e la “persuasione occulta”, d’altra parte, caratterizzano questo nostro tempo. Pensiamo al marketing politico e a come certe notizie di cronaca vengano poste in evidenza e pilotate per avvalorare determinate linee di pensiero. Discriminazione e stereotipi sociali nascono anche da questo.

Non crediamo che sia stato diverso in passato. Semplicemente non c’erano internet o la televisione, ma la propaganda politica si faceva in molti modi. Secondo quanto scrive Michel Foucault nel suo libro “Sorvegliare e punire”, anche il modo in cui venivano eseguite le pene aveva a che vedere con la ricerca di consenso pubblico, la manifestazione di potere e la manipolazione.

D: Come psicologi abbiamo il dovere di fare corretta informazione su questi temi. La strada intrapresa secondo te è proficua per risultare incisivi nel contrastare l’informazione manipolata?

R: I professionisti della salute, gli insegnanti, le istituzioni, possono fare molto per diffondere la giusta informazione e per creare una cultura del benessere. Noi psicologi lo stiamo facendo, lo stanno facendo gli Ordini Professionali e anche le associazioni. Ad esempio, l’Ordine degli Psicologi del Piemonte si sta prendendo molto a cuore la diffusione della cultura psicologica, attraverso diverse iniziative, e sta lavorando moltissimo sulle tematiche di genere. L’associazione professionale di cui io e te facciamo parte, Altra Psicologia, sta lavorando assiduamente per la divulgazione di informazioni corrette sul tema, e sta strutturando una serie di incontri aperti alla popolazione proprio sul tema del fantomatico “gender”, in molte regioni d’Italia. Il primo incontro organizzato in Piemonte, ad esempio, si è tenuto a Torino il 22 ottobre, in partnership con molte altre associazioni, ed ha avuto un consenso di pubblico enorme.

I risultati dell’evento mostrano come non solo noi “addetti ai lavori” possiamo fare molto per debellare la falsa informazione e gli stereotipi culturali negativi, ma come sia importante che tutti, in primis la scuola, la famiglia, i genitori, si interessino a questi temi, acquisiscano competenze, sviluppino un pensiero critico.

A volte si ha l’impressione che queste azioni siano solo delle gocce in un oceano, ma si sa, un piccolo cambiamento è il primo passo verso cambiamenti più grandi. Un vaccino può non debellare completamente una malattia, forse, ma certamente ne limita la diffusione e le conseguenze.

 

Ringrazio Laura Salvai per la sua disponibilità e per avermi permesso di tradurre una discussione notturna e informale in un frammento che si vada ad aggiungere alla corretta informazione e sensibilizzazione che come psicologi ci auspichiamo e sosteniamo.

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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