Il tempo saturato: le nostre maratone quotidiane

A metà ottobre mi trovavo a Roma per un meeting che si svolgeva nel fine settimana. Decido di partire il lunedì mattina per cui alle 7.30 mi sono trovata su un binario della Stazione Tiburtina.

Arriva un treno regionale e sono stata sommersa da una folla di persone che correvano freneticamente. Non so se il treno fosse in ritardo, non so quali impegni avessero, ma correvano. Tutte.

E non mi sembravano così alieni. Mi ci sono riconosciuta in quella massa di persone di corsa. Perché corriamo, tutti i giorni. Per andare al lavoro, per portare i bambini a scuola. E spesso corriamo anche quando non ce n’è il reale bisogno, ormai usi a non rallentare.

Ma questo non ci stupisce quasi più. Siamo così abituati ad osservarci e ad osservare gli altri nelle nostre maratone quotidiane che le consideriamo quasi una norma da cui non si può sfuggire. Di più, le consideriamo il metro del vero impegno.

Chi non corre è guardato con sospetto, magari invidiato, ma in fondo è un alieno, o peggio, uno scansafatiche, se non appartiene a una categoria sociale che giustifichi il suo ozio.

Si fa a gara a chi esce prima di casa e vi rientra più tardi, come se questo diventasse sinonimo di efficienza ed impegno. Come se facesse di noi persone utili.

Non ci permettiamo quel sano ozio che permetterebbe di mettere delle pause a un tempo saturato. L’ozio ci fa sentire in colpa, perché ci sarebbero sicuramente tante cose da fare e se oziamo le procrastiniamo.

E allora anche il tempo libero entra nella frenesia: palestra, sport, passatempi vengono incastrati tra i mille impegni, come se dovessimo fare una spunta su una agenda di impegni ormai troppo fitta per arrivare a sera, se non soddisfatti, almeno non in colpa.

Stefano Bartolini, economista e autore del “Manifesto per la felicità1 in questo documento ci dice:

“Gli individui lavorano molto perché si devono difendere dalle esternalità negative
sostituendo beni liberi con beni costosi. Ma un aumento del loro reddito non migliora la loro felicità perché esso implica un processo di sostituzione.”

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Il pensiero nato quasi un mese fa viene poi sollecitato, nei giorni scorsi, dall’essere incappata in due post significativi.

Nel primo, l’autore, RP McMurphy, con un moto di sollievo per essere stato bambino negli anni 70, denuncia una pratica ormai comune: il nostro tempo saturato ha coinvolto anche i bambini. Nemmeno loro possono più oziare (e per loro vorrebbe dire sperimentare quello spazio immaginale e creativo fondamentale per la crescita) ma vengono inseriti in un meccanismo per cui tra scuola e corsi non hanno più il tempo libero, libero davvero.

Nel secondo, Sergio Consoli ci parla da adulto che guarda al se stesso bambino, chiedendosi quante cose sono rimaste sul cammino percorso forse troppo in fretta. Un posto molto emozionante che ho letto con calma e mi ha permesso di inciampare in questo brano:

“Le vicissitudini, le scelte fatte e subite, gli avvenimenti di una vita passata a guardar correre gli altri per la paura di inciampare, sono un’incudine capace di forgiare anche il metallo più duro e tenace.”

Correre per non inciampare, correre per non pensare. Perché pensare potrebbe voler dire soffrire. E pazienza se potrebbe voler dire star bene. Non si può rischiare.

Quando da piccola andavo in montagna, mio padre mi diceva che se sui sentieri accidentati si andava di corsa la probabilità di inciampare diminuiva. Ottimo consiglio per chi va in montagna, ma evitare gli infortuni fa perdere il paesaggio.

E allora quante cose ci perdiamo durante le nostre maratone quotidiane?

Ma soprattutto, quante volte l’andare di corsa non risponde ad una reale necessità data dagli impegni ma ad un tentativo inconsapevole di non fermare mai lo sguardo per osservare il punto in cui siamo, per osservare chi corre con noi, per fare spazio all’immaginazione che continuerebbe a nutrirci con la sua spinta creatrice anche se non siamo più bambini?

Come non pensare al nostro muoverci sulle autostrade virtuali, dove l’immaginario sembra contrapporsi al virtuale. E allora mi viene in mente un altro post, letto molto tempo fa, e scritto da MImma Rapicano per Metropolix. Ci dice Mimma:

“Siamo diventati agili portatori di futuro e le nostre conversazioni sociali sono concise e rapide, racchiuse tra il pollice e l’indice di una sola mano. Consumiamo una vita immateriale, come ologrammi di noi stessi, condannati a comunicare perché senza l’assidua e costante presenza nel mondo virtuale, noi non esistiamo. Non è più un gioco, siamo diventati ritmo e velocità.”

Siamo diventati ritmo e velocità. Forse è il caso di rallentare?

 

 

1Stefano Bartolini, “Manifesto per la felicità: Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere”, 2010, Donzelli Editore, Roma

Foto iniziale di Sara Alberghini

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.
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