dipendenza affettiva

Il troppo amore: la dipendenza affettiva (scritto con L. Salvai)

Può un amore essere “troppo”? Verrebbe istintivo dire di no. L’amore è amore e non ha limiti, non è controllabile o arginabile, come fa a essere troppo?

Siamo d’accordo. Ma il troppo amore a cui ci riferiamo, quando identifichiamo una dipendenza affettiva, poco ha a che fare con il sentimento amoroso, caratterizzato da gioia, condivisione, affetto, passione reciproci.

Il troppo amore qui diventa un legante per relazioni disfunzionali, in cui i sentimenti positivi scompaiono, dove il malessere usurpa gli spazi di benessere fino a far identificare come unico piacere la cessazione o sospensione della sofferenza.

Tutto è nelle mani del partner, che si nutre della nostra dedizione, che è unico detentore dell’altalenarsi del nostro umore. Un partner spesso patologico, eppure noi manteniamo la convinzione che riusciremo a cambiarlo, a salvarlo, a guarirlo.

Ai nostri occhi egli non è colpevole della sua noncuranza dei nostri bisogni, o della violenza che esercita nei nostri confronti. Se agisce così, sicuramente è perché non facciamo abbastanza per lui o abbiamo sbagliato nel non assecondare le sue esigenze, le sue richieste.

Sicuramente il nostro amore sarebbe perfetto se solo riuscissimo a non fare più i soliti errori che lo fanno arrabbiare e lo fanno allontanare da noi; lui ci punisce semplicemente per far sì che non sbagliamo più, che ci atteniamo al suo codice, un codice non scritto e che cambia continuamente, come gli alti e bassi delle montagne russe su cui ci fa salire ogni giorno.

Questi alcuni pensieri che caratterizzano la dipendenza affettiva in una persona , che giustifica tutto al proprio aguzzino, addossando su di sé la colpa per le sue azioni  negative.

Si mette il partner al primo posto, trascurando i propri bisogni e il proprio benessere personale, sicuri che tale benessere dipenda da quello dell’altro.

Le crisi all’interno della coppia, nonostante la dedizione del soggetto dipendente, continuano incessantemente, e ciò spinge ad aumentare tale dedizione nei confronti dell’altro, in un circolo vizioso che non ha mai fine. Più è grande la nostra abnegazione, più crescono le pretese dell’altro, e maggiore diventa il suo controllo sulla nostra esistenza.

L’abnegazione, però, dona un senso di benessere, perché fa sentire utili e indispensabili; senza l’accudimento dell’amato la vita sembra perdere di senso (come direzione) e di significato, e si svuota.

Lui ha bisogno di noi ed è questo potere illusorio, questo controllo sull’altro, il nostro oggetto di dipendenza, non la persona in sé. Lui ci ama e ce lo dimostrerebbe, se solo non continuassimo a comportarci in modo da contrariarlo.

Una metafora che può essere utilizzata per capire meglio il meccanismo della dipendenza affettiva è quella delle montagne russe, cui abbiamo accennato prima. Chi ha una dipendenza di questo tipo, è costantemente su una giostra pilotata dal partner: a volte si sente in alto, in cima al mondo, perché l’altro lo degna di grandi attenzioni. Questo succede, di solito, dopo un’esplosione di violenza verbale o fisica: le scuse, il pianto, il portare un regalo, il dire che non lo si farà più, che si è innamorati e che è proprio perché la persona è importantissima che a volte si perde la misura, sono atti tipici dei soggetti che esercitano questo tipo di controllo. Poi però, si ricade giù, a tutta velocità, in modo imprevisto e incontrollato e non ci si sente più importanti, salvati, protetti ma inutili, stupidi, sbagliati, disprezzati. Le continue oscillazioni mettono il soggetto dipendente in una situazione di congelamento del pensiero e dell’azione: l’altro è imprevedibile, non si può sapere quando arriverà il prossimo uragano, non si può capire quale comportamento susciterà la prossima caduta verso il basso.

Cosa fare? Smettiamo di ostinarci a mantenere in piedi il legame illusorio. Smettiamo di dare energia e vigore a questo circolo vizioso che non ci dà altro che le spalle di chi pensiamo di amare.

Bisogna cominciare da noi stessi, per far sì che i ricatti emotivi non facciano più presa su di noi, recuperare gli elementi della nostra storia che ci hanno portato su quelle montagne russe, come unica nostra possibilità, analizzare quelle relazioni che ci davano amore solo in cambio di abnegazione, che ci hanno fatto credere che essa fosse l’unico modo per ottenere amore e affetto.

Per avere amore siamo stati disposti a tutto, abbiamo accettato tutto, anche la violenza, anche il tradimento. Piuttosto di sentirci vuoti e inutili, meglio questo.

Recuperare la nostra autostima, modificare i pensieri, gli schemi interpersonali appresi, i ruoli interiorizzati, è l’unica strada, non solo per allontanarci dalla attuale relazione disfunzionale, ma anche per non reiterare e riproporre questa modalità relazionale con altri partner.

Spesso quando si parla di dipendenza affettiva, si ha come immagine stereotipica quella di una donna. Esistono invece anche degli uomini dipendenti affettivi, benché il loro numero sia decisamente inferiore.

Perché? Potremmo ritrovare le ragioni di questo in codici sociali che vedono la donna come accudente, ruolo dato dal suo essere potenzialmente madre. Non ci addentriamo in questa analisi, che aprirebbe un altro grande capitolo sugli aspetti culturali dei ruoli sociali, lasciamo comunque aperto questo argomento per eventuali successive riflessioni.

 

Articolo scritto con la dott.ssa Laura Salvai per il portale Psicolab che è stato chiuso.

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.