accontentarsi

Accontentarsi o essere contenti

Un modo di dire piemontese che mi ha ricordato una paziente è “pitost che niente mej pitost” (Piuttosto che niente, meglio piuttosto): un’ode all’accontentarsi, Apparentemente.

Molte nostre insoddisfazioni potrebbero essere sbrigativamente ricondotte al non accontentarsi di ciò che si ha o si è raggiunto.

Ma il termine accontentarsi non mi piace. E’ un gioco al ribasso che non fa si che si possa gioire di ciò che si ha ma che stimoli un moto perennemente rancoroso rispetto a chi ha di più.

Il rancore, quella sentimento sottile che non esplode come il suo parente, la rabbia. Ma che colora con le sue venature ogni aspetto della nostra vita. E che è un ottimo terreno per un’altra modalità: la lamentosità.

Anche la versione bicchiere mezzo pieno sempre però non funziona alla lunga. O perlomeno se non lo sentiamo davvero.

L’ottimismo è sopravvalutato come recita la cara collega Ada Moscarella parlando della “moda” dell’ottimismo a tutti i costi.

Perché come sempre, il buon vecchio Aristotele insegna, in media stat virtus, il giusto è il centro di un equilibrio tra posizione contrapposte. E non possiamo sempre solo vedere positivo perché così cancelliamo le negatività che ognuno attraversa nella vita. E che sono proprio negative eh! Ma se le giriamo in una visione ottimistica poco credibile, riusciamo ad affrontarle? Impariamo come superarle? Purtroppo è molto difficile.

Allora bisogna agire a monte, nel provare a non arrivare ad accontentarci, ma ad essere contenti del punto in cui siamo con la prospettiva di poterci sempre migliorare.

In questo la parte grossa la fa la definizione delle mete/obiettivi che ci poniamo nella vita.

accontentarsi

Se decido di voler fare la maratona non posso domani iscrivermi a quella di New York e pensare di arrivare alla fine. Farò un chilometro e mi fermerò con la somma frustrazione di non esserci riuscita e il rancore invidioso verso quelli che continuano fino alla fine (o anche solo 100 metri più in là di me). Anche qualora facessi questo errore, dovrei capire che non è colpa di chi riesce a correre più a lungo se non riesco. Dovrei capire che è necessario attivare degli step (allenamenti) intermedi prima di raggiungere la meta.

Se questo vi pare ovvio, parlando di maratona, non lo è così tanto negli obiettivi che ci diamo nella vita. Che sia la sfera personale o lavorativa. Il rischio di fallimento è molto alto se pretendo da subito di arrivare alla meta finale, alla completa soddisfazione nella vita.

Quindi, se nell’attività fisica ci sembra così scontato dover cominciare per gradi, perché non accettare di doverlo fare nella vita? Essendo consapevoli che spesso chi è più avanti di noi, ha fatto gli stessi step prima di arrivare lì e non solo “è fortunato”, “è raccomandato” ecc.

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Quindi per qualsiasi obiettivo vi poniate, pensate se sia raggiungibile in un solo step o se sia necessario inframmezzarne di intermedi. Raggiunto il primo, ci si gode la mini meta e si raccolgono le forze per la successiva. Perché il bello è che a differenza della maratona, nella vita spesso non è necessario ripartire sempre dall’inizio ma ogni passo ci porta un po’ più avanti.

Gli step intermedi permettono anche di ricalibrare gli errori: non metteranno in discussione l’intero progetto ma solo quello step. O magari durante gli step cambia la meta finale perché incontriamo cose diverse che ci attirano.

Accontentarsi come l’ostinarsi verso una meta senza step, troppo lontana è un muro di gomma frustrante, essere contenti una base elastica da cui lanciarsi per il passo successivo

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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