Omofobia, eterosessismo, omonegatività

Si parla da tempo di una legge contro l’omofobia e il termine stesso omofobia viene utilizzato da detrattori o propugnatori della legge stessa. Chi lo definisce scorretto etimologicamente, chi invece lo ritiene appropriato a descrivere i fenomeni che prevedono pensieri o agiti negativi nei confronti delle persone omosessuali. Si associa ad esso il termine transfobia per indicare atteggiamenti similari nei confronti di persone transessuali.

Ovviamente il termine da usare ed il suo significato poco hanno a che fare con l’essenza del problema che sussiste e, nel suo non essere sanzionato, prolifera, spesso, col beneplacito sociale.

Viste però le perplessità vediamo il termine omofobia nei dettagli comparandolo con altri termini utilizzati con accezioni simili.

Con il termine “omofobia” si intendono la paura, il disprezzo, il disgusto che alcuni eterosessuali provano nei confronti di gay e lesbiche. Con esso si sottolinea quindi una dimensione individuale di questo sentire. Un sentire irrazionale, basato su pregiudizi, connotazioni morali, retaggi religiosi, e volto al mantenimento di uno status quo che si vede minacciato dall’altro diverso da sè. Si usa il termine “transfobia” per definire lo stesso sentire di cui sopra nei confronti della persone transessuali e transgender.

Il termine “eterosessismo”, invece, ne sottolinea l’aspetto sociale e come tale sentire si delinea, si esplicita, si inserisce nei media, nelle istituzioni, nella religione, nella legge stessa. I modi in cui ciò avviene sono il silenzio e la condanna.

Il silenzio, forse, è l’aspetto più pericoloso in quanto fa si che l’omosessualità risulti socialmente invisibile e quindi più che caratteristica associata ad alcune persone, l’omosessualità diventa un simbolo di ciò che è estraneo alla comunità e quindi opposto a sè (e il passo a definirlo in termini negativi è breve), qualcosa contro cui reagire, un pericolo.

Il termine “omonegatività” indica l’impatto e l’interiorizzazione delle componenti culturali e delle radici sociali dell’intolleranza, riferendosi all’intera gamma di sentimenti, atteggiamenti e comportamenti negativi verso l’omosessualità e le persone omosessuali. In conclusione l’omonegatività interiorizzata consisterebbe in un conflitto tra la propria disposizione sessuale e la propria immagine di sé, caratterizzato da imbarazzo, vergogna, depressione e talvolta ideazione suicidaria. (http://gayfriendlyroma.forumcommunity.net/?t=21193993)

“Allora la sfida, soprattutto per gli adolescenti e giovani gay e lesbiche, è quella di crescere sani in posti insani – insani rispetto alla identità non eterosessuale – cioè di costruire un’identità positiva in contesti sociali che condannano moralmente l’omosessualità, che la consideano ancora un disturbo, un’anomali, una questione meramente di sesso, qualcosa di cui vergognarsi e da relegare in uno spazio privato ritenuto sconveniente od osceno. Un posto potenzialmente nemico che può colpire e danneggiare; per questo la specificità degli adolescenti omosessuali è proprio la difficoltà a chiedere aiuto in caso di disagio, tememdo di essere rifiutati in quanto omosessuali, dovendo talvolta costruirsi un’identità adulta senza potersi appoggiare ai familiari o credendo di non poterlo fare.” (Graglia, 2010, pag.9)

ilIl 17 maggio del 1990 l’omosessualità viene definitivamente tolta dai manuali diagnostici  dell’OMS venendo riconosciuta come ‘variante naturale della sessualità”.  Questa data viene quindi scelta
per diventare la Giornata Internazionale contro l’Omotransfobia.

Margherita Graglia, “Psicoterapia e omosessualità”, Carocci, 2010

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.