Il cinema è un’arte “perversa” secondo Zizek *

In “The Pervert’s Guide To Cinema“, Slavoj Zizek, filosofo e psicoanalista, adatta una lettura psicoanalitica ad alcuni dei film più famosi. Partendo da alcuni spezzoni di questi analizza i protagonisti, la scenografia, il regista per rapportare il tutto all’animo umano. Zizek ha un obiettivo preciso, come dichiarato in un’intervista a “Che tempo che fa” su Raitre nel dicembre 2013

[Tweet ” “Io voglio fare questo alla gente… rovinare i loro piaceri innocenti” “]

Il film comincia mostrando una serie di macchie stile Test di Rorschach (che segneranno anche il passaggio da una parte all’altra del film) per far intendere la chiave di lettura, interiore, profonda, che verrà data ai film presi in esame. Noi siamo nei film e i film sono noi.

Cos’è il cinema per lui? Dice Zizek: “Il nostro problema non è tanto: siamo appagati? Quanto: Come capire cosa desideriamo? Non c’è niente di spntaneo, di naturale riguardo ai desideri umani. I nostri desideri sono artificiali. “Bisogna che qualcuno ci insegni, a desiderare. Il cinema è l’arte perversa per eccellenza. Non ti offre quello che desideri, ti dice come desiderare”.

[Tweet “Il cinema (…) non ti offre quello che desideri, ti dice come desiderare”]

Perchè ci serve la finzione? Secondo Zizec

[Tweet “Ci serve il pretesto della finzione per attuare ciò che siamo davvero”]

Il film di divide in tre parti:

  • Nella prima, analizza la nostra interiorità con particolare attenzione al ruolo delle tre istanze psicoanalitiche, IO, Es, SuperIo nel loro svilupparsi tra i diversi personaggi e in ogni personaggio. La stessa scenografia viene identificata come rappresentante di tale suddivisione.
    Analizza “Psycho” di Alfred Hitchcock dove i 3 piani casa di Norman Bates vengono identificati con le tre istanze del protagonista che incarna l’una o l’altra a seconda del piano che abita in un dato momento (Il SuperIO, al primo piano, la madre; l’Io, al piano terra, Norman; l’Es, nel seminterrato, la follia omicida). “Gli uccelli”, sempre di Hitchcok, invece, rappresentano “L’irruzione di una dimensione estranea, che lacera letteralmente la realtà. (…) Gli attacchi degli uccelli sono chiaramente sfoghi esplosivi”. Stessa distribuzione delle istanze la vede nei tre fratelli Marx dove Groucho è il Super Io, Chico è l’Io e Harpo è l’Es.
    Ne “L’esorcista” di Friedkin ci fa notare come “La voce non è una parte organica del corpo umano” ma “proviene da un luogo non precisato interno al corpo” come una sorta di “possessione”, un’entità aliena. Un po’ come in “Alien” di Ridley Scott che fa dire a Zizek che “L’essere umano, il nostro Io, è l’alieno che controlla il nostro corpo animale”. Il massimo potere della voce come portatrice della nostra “alienità” viene identificato ne “Il grande dittatore” di Chaplin: “con il sonoro otteniamo: interiorità, profondità, senso di colpa”. E’ una voce che va addomesticata, “trasformata in un mezzo di espressione di umanità, amore”. Talvolta la parte aliena di identifica in un doppio come in “Fight Club“. La lezione è questa: “L’unico modo di sbarazzarsi di questo oggetto parziale e autonomo, è diventare l’oggetto stesso”. Il cinema ha proprio la funzione di prendere il desiderio e le diverse istanze e addomesticarle in una trama.
  • Nella seconda, analizza l’erotismo e le relazioni nel loro delinearsi nei diversi film. In particolare le relazioni disfunzionali, l’erotismo distorto, le difficoltà interpersonali e i ruoli di genere. La realtà relazionale deve essere supportata dalla dimensione fantasmatica, immaginale. “Perchè ci serve un supporto virtuale?”, ci chiede Zizek. L’immaginale, l’ideale però non possono staccarsi dalla dimensione relazionale. Se questo accade non si ha più una relazione reale ma una relazione tra ideali, proiezioni, fantasie di cui l’altro diviene mero ricettacolo. Un esempio è “Vertigo-La seconda moglie” di Hitchcock dove “L’abisso per eccellenza non é fisico: è la profondità abissale dell’altro. È quello che i filosofi descrivono come la notte del mondo. Quando guardi qualcuno negli occhi scorgi l’abisso. É la vera spirale che ci risucchia.” Nel momento in cui cerchiamo di adattare l’altro o la realtà alle nostre fantasie e ideali, non ci rapportiamo più con lui ma con una parte di noi in una dimensione onirica. 

    “Troppo spesso, quando amiamo qualcuno, non lo accettiamo per la persona che in effetti è, bensì nella misura in cui rientra nelle coordinate della nostra fantasia. In questo caso, l’amore è sempre mortificante”

    Quel velo di apparenza che gettiamo sul reale per uniformarlo ai nostri bisogni. Nelle atmosfere di David Lynch, in “Mullholand Drive” o “Storie perdute” ad esempio, “si fugge nel sogno per evitare una  empasse nella vita reale (…) all’inizio i sogni servono a chi non riesce a sostenere la realtà, a chi non è sufficientemente forte, alla fine, la realtà è per chi non riesce a sostenere e affrontare i propri sogni”. C’è però, secondo Zizek un differenza di genere nelle fantasie: in quelle femminili c’è il desiderio, l’immaginario maschile sterile e ha bisogno di realtà. In “Eyes wide shout” di Kubrik si evidenzia questo. E conclude citando il film “Film Blu” di Kieslowsky dicendo che “un rapporto sessuale, una relazione, si mantiene solo grazie al sostegno della fantasia”.

  • Nella terza, analizza il confronto tra reale e immaginale, sogno e vita, fantasie e realtà.
    [Tweet “Il cinema, in quanto arte dell’apparenza, ci dice qualcosa sulla realtà”]

    Come in un’ottica costruttivista, noi creaiamo la realtà, proiettiamo nostre parti nel reale e negli altri che leggiamo in base a questo. Fino alle distorsioni percettive estreme per cui non esiste più l’altro o il reale ma solo proiezioni di sè. Ma la domanda di base è “Cos’è reale e cos’è finzione?”, “Dove siamo davvero noi stessi, nella realtà o nelle nostre fantasie?”.
    “E’ questo il paradosso del cinema, della fede: non ci limitiamo a credere o a non credere. Noi crediamo sempre ma in una modalità condizionata.So che è finzione ma mi faccio coinvolgere lo stesso emotivamente”. Come in “Dogville” di Lars Von Trier, dove la realtà del set cinematografico non ci impedisce di essere coinvolti dalla storia.
    Analizzando Matrix ci dice:

    “(…) la scelta tra la pasticca blue quella rossa non è solo una scelta tra illusione e realtà.
    Certo, il Matrix è una macchina che produce finzioni, ma queste finzioni sono già strutture della nostra realtà.

    Se spogliamo la nostra realtà delle finzioni simboliche che la regolano, la realtà stessa perde consistenza.

    Voglio una terza pasticca.

    Ma qual è la terza pasticca?

    Di certo non una pillola che offra un’esperienza trascendente, un’esperienza religiosa fasulla, ma una pillola che mi consentirebbe di percepire non la realtà oltre l’illusione, ma la realtà dentro l’illusione stessa.

    Se un’esperienza è troppo traumatica, violenta, o anche emotivamente forte, smembra le coordinate della nostra realtà. Dobbiamo narrativizzarla.”

    Che ruolo dobbiamo dare quindi al delicato equilibrio tra realtà e finzione?

    “La nostra illusione fondamentale oggi, non sta nel credere nella finzione , nel prenderla troppo sul serio. Il problema, al contrario, è non prendere le fantasie sufficientemente sul serio. Per esempio, chi gioca ai videogiochi assume il ruolo di sadico o altro. L’idea é questa: nella realtà sono una persona debole, quindi per compensare le debolezze della vita vera, assumo la falsa immagine di una persona forte… Questa però mi sembra una lettura ingenua… E se facessimo il ragionamento opposto? L’identità forte e brutale é il mio vero io, la verità psichica del mio io, ma nella vita vera, a causa delle costrizioni sociali, non posso esprimerla. Proprio perché lo considerò solo un gioco, un ruolo, un’immagine che assumo nello spazio virtuale, qui posso essere molto più me stesso. Posso sviluppare un’identità molto più vicina al mio vero io.

Zizek conclude con un consiglio a tutti noi per affrontare la realtà del mondo di oggi:

“Per capire il mondo moderno, abbiamo davvero bisogno del cinema. Solo nel cinema troviamo la dimensione cruciale che non siamo pronti ad affrontare nella realtà. Se cercate nella realtà qualcosa di più reale della realtà stessa, rivolgetevi alla finzione cinematografica.”

Un’attento, avvincente e brillante viaggio nell’universo cinematografico che diventa l’universo personale di ognuno di noi. Come con una lente, parte dal macro per arrivare al “micro” delle intime parti della nostra personalità. Qui ho evidenziato solo alcune delle tematiche trattate, quelle che più si avvicinano ai temi del blog. Ma nel film ne troverete molte altre.

Mi ha letteralmente affascinato.

Non solo fornisce ottimi spunti di riflessione sull’animo umano, ma permette una rilettura di film noti, una rilettura che magari non avevamo mai fatto.

Lo avete visto? A voi la parola!

 

*Pubblicato in origine il 22 Gennaio 2013  per il portale Psycoteca, ormai non più online e modificato ora con integrazioni

Qui la pagina Facebook in cui ho raccolto alcune riflessioni che il film suggerisce.

The following two tabs change content below.

Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

Commenta con Facebook!

Comments 2

  1. Pingback: Babadook: il mostro interiore - Identità in gabbia di Sonia Bertinat

  2. Pingback: Condominium: i conflitti della personalità umana - Identità in gabbia di Sonia Bertinat

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.