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Narrazioni curanti: lo storytelling in psicologia

Cos’ha a che fare lo Storytelling con la psicologia?
Quando si parla di narrazioni curanti non si può non pensare a James Hillman. Ai tempi dell’Università incontrai i suoi scritti e successivamente ebbi la fortuna di sentirlo dal vivo. Di lui mi colpì la visione della psicoterapia come messa in moto e in gioco delle diverse personificazioni che le nostre parti interne assumono,  i nostri Dei. Personificazioni che, come su un palco, raccontano il loro/nostro pezzo di storia. Hillman ci dice che

“questa storia”, questa finzione, l’ho chiamata “base poetica della mente”. Immagino che la mente sia fondata (…) su quelle storie supreme, gli Dei, che costituiscono i modelli fondamentali del nostro agire, credere, conoscere, sentire e soffrire (…). E’ soltanto nelle storie che questi Dei si mostrano ancora. La mente è fondata nella sua stessa attività narrativa, nel suo fare fantasia. Questo “fare” è poiesis. (Hillman, 1983)

Ho quindi chiesto alla collega Valentina Mossa, una psicologa, una storyteller, come ama definirsi, che fa della sua pratica clinica una narrazione che cura, di raccontarci la sua esperienza.

Benvenuta, Valentina in questo spazio e aver accettato di prenderti un caffè con me per condividere la tua esperienza. Partiamo!

D: Cos’è lo Storytelling?

R: Non è facile poter definire cosa sia lo Storytelling. Mi piace pensare che possa racchiudere tutto ciò che concerne l’”arte di narrare”: affonda le sue radici nelle retorica e nella narratologia, passando dalle tecniche della Comunicazione Efficace. Tutto ciò che ha che fare con l’interazione con l’altro passa attraverso lo Storytelling: è uno strumento che ci permette di scoprire l’Altro, di ascoltarlo e – perché no?- di narrarlo. : quante volte abbiamo iniziato a raccontare una storia? Quante volte abbiamo ascoltato il racconto di una storia? La capacità di emozionare, di coinvolgere, di far immedesimare il nostro ascoltatore è prerogativa di ogni “Storyteller” e, l’unicità di questo strumento, risiede proprio nella sua natura dialogica: non ci può essere un racconto senza un ascoltatore, non ci può essere una reazione emotiva senza qualcuno in grado di suscitarla.  Riprendo volentieri le parole di Andrea Fontana ( docente di Storytelling e Narrazione d’impresa presso l’Università di Pavia):

“Lo Storytelling non è il raccontare storie o aneddoti, ma la creazione di rappresentazioni (testuali, visive, sonore, percettive) che un brand, un prodotto o servizio, una persona possono realizzare per emozionare e relazionarsi meglio con un pubblico. Lo storytelling è la creazione di un universo narrativo da parte di un autore (marca, prodotto, o persona) che invita altri (clienti, consumatori, stakeholders) a partecipare a un destino”.

Poter condividere questo “destino” è, per me, la parte più emozionante di questo lavoro.

D: Come nasce l’idea di usare la narrazione in contesti di cura?

R: L’umanizzazione passa dalla narrazione: è questo ciò che i recenti studi della Medicina Narrativa sono arrivati a dimostrare. Lo Storytelling, quindi, risulta un valido strumento di supporto nei percorsi di cura, siano essi di natura psicologica che di natura fisica: la centralità narrativa permette di costruire una “storia di cura” ovvero una co-costruzione di un percorso di cura, quello che, poco fa, abbiamo definito come un “destino” condiviso. Quello che si va a creare insieme prende il nome di [Tweet ““caring narratives”: delle narrazioni che non curano ma si prendono cura. “] Accade quindi che il paziente non sia più un soggetto passivo ma attivo promotore dei suoi miglioramenti; è sorprendente vedere ciò accadere sopratutto in ambiti comunitari ed ospedalieri: la narrazione contribuisce a migliorare il rapporto tra la persona e il suo curante, restituendo al paziente la propria dignità di persona che- finalmente- non si sente esaminata solo da un punto di vista clinico.  Il primo a comprendere questa priorità è stato, senza ombra di dubbio, il neurologo Oliver Sacks che amava descriversi così:

“Mi sento medico e naturalista al tempo stesso: mi interessano in pari misura le malattie e le persone. Sono insieme un clinico e un drammaturgo: sono attratto dall’aspetto romantico non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana per eccellenza: la malattia”

D: Come può lo psicologo declinare nella professione la narrazione?

R: In un modo o nell’altro tutti gli psicologi sono degli Storytellers! Bisogna solo imparare a riconoscere questo strumento come un valido alleato, sia per noi psicologi che per i nostri pazienti. Permette infatti di comprendere con notevole rapidità e ricchezza di elementi alcune dinamiche profonde: se consideriamo la storia che il paziente ci offre o che co-costruisce con noi,  come una rappresentazione completa, in termini figurati e simbolici, delle sue dinamiche interiori possiamo vedere subito quali siano gli elementi costituenti, quali le relazioni di “alleanza” e di “opposizione”, quali le forze su cui contare e quali gli ostacoli da superare. Inoltre, il solo fatto di rappresentare simbolicamente con una storia la propria situazione ha un immediato “effetto terapeutico”, perché avvicina a dei processi profondi alla coscienza facilitandone così la comprensione e la gestione. Lo Psicologo come Storytellers offre al paziente la possibilità di creare e modellare varie “storie che curano: una “storia che cura” non è né un racconto casuale né  una semplice storia bensì un racconto costruito deliberatamente per conseguire un preciso scopo ; si tratta, in altre parole, di un racconto che si basa sulla nostra ricca storia di narratori, affonda le radici nella scienza della comunicazione efficace, ha una specifica rilevanza terapeutica rispetto i bisogni del paziente e viene esposta secondo l’arte della buona narrazione.  In altre parole potremmo definire quello che accade grazie all’utilizzo dello Storytelling in ambito clinico, come un percorso di conoscenza e di formazione, che essendo guidato principalmente dal paziente, non può essere schematizzato o trasformato in una griglia teorica, ma si rivela ogni volta unico e finalizzato a quella specifica situazione.

D: Qual è la tua esperienza con l’uso dello Storytelling nella tua pratica professionale?

R: Mentre leggevo questa domanda ho chiuso gli occhi ed ho immaginato il mio lavoro con lo Storytelling: una fabbrica di storie in cui ho la fortuna di lavorare, quotidianamente, come artigiana.
Non avrei potuto immaginare la mia professione senza l’incontro con la Psicologia Narrativa e con lo Storytelling.  Nella mia pratica professionale usare questo strumento mi ha mostrato come sia possibile vivere una situazione agendola in tante forme creative diverse – dalla scrittura di favole all’illustrazione di storie- e come ciò aiuti i pazienti- dai più giovani ai meno giovani- ad arricchirla di significati e a trasformarla aggiungendo, di volta in volta elementi nuovi, i quali contribuiscono a rendere più chiara la fluidità degli eventi e le infinite possibilità della trasformazione e del cambiamento. Il mio lavoro si limita a sostenere questo percorso naturale di sviluppo di intrecci, racconti, favole e miti e la scoperta di nuove ed inaspettate connessioni. Avere la possibilità di prendere parte al racconto di vita, di scoprire insieme le infinite storie di quel racconto, di camminare insieme lungo questo sentiero è fonte per me di meraviglia, stupore e gratitudine.

S: Grazie mille Valentina per la tua disponibilità, precisione, chiarezza e soprattutto, passione.

V: Grazie a te cara Sonia per avermi permesso, con questa intervista, di approfondire un ambito non troppo conosciuto della nostra professione. Al prossimo Caffè 🙂

 

Se vi interessa l’argomento potete scaricare l’ebook “Psicologia & Storytelling”, scritto dalla Dott.ssa Mossa, direttamente da questo link o cliccando sulla foto.

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Hillman, J (1983), Le storie che curano, Raffaello Cortina Editore, Milano

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.