guaritore ferito

Prot o il mito del guaritore ferito

Prot è il protagonista del film “K-Pax – Da un altro mondo“. Un alieno approdato a cavallo di un raggio di luce o un malato psichiatrico in preda ad un delirio molto strutturato? O forse un guaritore ferito.

Su questo dilemma si gioca tutto il film e lo spettatore è portato al limite del raziocinio di fronte al lucido racconto di Prot del suo pianeta, K-pax appunto, dove sarebbero state superate tutte le difficoltà che “noi umani” viviamo quotidianamente. Una pianeta di pace (ça va sans dire) dove non è necessario nemmeno avere strutture sociali o famigliari per poter vivere in armonia perché si è in grado di distinguere il bene dal male senza indicazioni esterne.

[attenzione spoiler]

Lo stesso psichiatra (che lo prenderà in cura nella clinicia psichiatrica dove verrà condotto dopo essere “apparso” senza documenti in una stazione) oscillerà tra lo scetticismo e il credere nelle parole di Prot.

I pazienti della clinica lo individuano subito come una sorta di salvatore, un guaritore alternativo che non usa le medicine ma la speranza che infonde loro nella possibilità di un futuro, compresa la promessa di portare uno di loro su K-Pax alla fine della missione.

Gli astronomi di un osservatorio arrivano a credere alle affermazioni di Prot sulla collocazione del suo pianeta, tanto sembrano precise.

Prot però non sembra essere chi dice e lentamente lo psichiatra arriverà alla (presunta) verità. Una verità dolorosa che spiega i deliri strutturati di Prot: le nozioni astronomiche apprese dal nonno e il grave trauma famigliare subito, impossibile da metabolizzare al punto da doversi costruire un’altra identità, quella presumibilmente del suo amico invisibile dell’infanzia, rifugio ottimale dal dolore.

Un guaritore ferito. Quello che non è riuscito a fare con il suo dramma, lo fa aiutando gli altri e facendo così, forse, aiuta anche se stesso a riprendere contatto con la realtà.

Jung parla del guaritore ferito come della condizione ottimale per un terapeuta che “può guarire gli altri nella misura in cui è ferito egli stesso” (Fonte)

L’archetipo del guaritore ferito si incarna nella figura mitologica di Chirone, un centauro ferito al ginocchio da Eracle durante le sue fatiche. .

E’ proprio attraverso la sofferenza che Chirone impara l’arte della cura e a tenere sempre presente la propria ferita, che è simbolicamente lo spazio attraverso cui il dolore e la sofferenza possono entrare in lui.

Come Chirone, così il terapeuta può comprendere la sofferenza dell’altro solo riconoscendo e integrando la propria sofferenza, non come debolezza o fragilità, ma come forza e strumento per poter lasciare entrare ed entrare in contatto con l’altro. (Fonte)

Prot però sembra non riuscire a fare (perlomeno nel tempo del film) il passo per rielaborare la propria ferita e questo fa sì che perdano di intensità le sue azioni curanti che possono sopravvivere solo nel mantenimento del mito (delirio) del suo essere un alieno venuto per salvare gli uomini.

Nel film questo guaritore ferito si trova a confronto con i guaritori della clinica che, tranne lo psichiatra che lo ha in cura, non riescono a vedere un’altra lettura del suo essere perchè non riescono a sintonizzarsi su quella ferita. Sentire quella ferita, andarla a cercare è ciò che permetterà allo psichiatra di recuperare la storia si Prot. Il rimando a Prot però di questa rivelazione, in un momento in cui non era ancora pronto, farà sì che, abbandonata la consolante identificazione con l’alieno (che partirà in un raggio di luce verso il suo pianeta), lo lasci involucro vuoto in una immobilità catatonica della sua vera identità, Robert Porter.

Perché la consapevolezza della ferita va accompagnata e fatta emergere e non rivelata col rischio che venga ri-velata appunto dalla catatonia, una muta copertura che anestetizza dal dolore del ricordo.

 

The following two tabs change content below.
Avatar

Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

Commenta con Facebook!

2 Comments

  1. Sonia posso azzardare che spesso per molto meno che guarire si deve essere tanto empatici da sentire in sé il dolore o il problema dell’altro per riuscire a risolverlo? (K-Pax è bellissimo, ora però mi aspetto una tua rilettura anche di un altro film: Don Juan De Marco con Deep e Brando)

    1. Azzarda azzarda! Senza dubbio.
      Per il film che suggerisci ammetto l’ignoranza. Non l’ho visto ma vedrò di recuperare e se muove qualche neurone a caso ci scrivo su 😉

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Privacy policy

*

Accetto

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.