Le biciclette di Pechino

Le biciclette di Pechino (2001)

Stanotte ho avuto occasione di rivedere questo film che avevo visto molti anni fa.

La storia ha come perno una bicicletta e intorno a questa bicicletta si inanellano storie personali, spaccati di vita in una Pechino in cui le suddivisioni tra la società consumista e la società rurale sono ancora molto evidenti.

Guo, un ragazzo molto giovane, giunge a Pechino dalla campagna in cerca di lavoro e di riscatto. Trova lavoro come Pony Express in bici per un ditta che concede le bici in comodato da pagare con i primi guadagni.

Guo è molto bravo e guadagna in tempi brevi la sua preziosa bicicletta suscitando ammirazione e invidia nei colleghi.

La bicicletta diventa la conditio sine qua non del riscatto di Guo: senza bici non avrebbe il lavoro, senza lavoro dovrebbe tornare in campagna.

Un giorno, in un attimo di distrazione, la bici gli viene rubata.

Un disperato Guo, corre per le vie di Pechino alla ricerca del bene prezioso, corre per completare le consegne e non perdere il lavoro, corre…

Riesce a non far trapelare il furto presso la ditta finchè non trova la sua bicicletta in mano ad uno studente. Dopo varie peripezie gliela sottrae ma viene sorpreso e portato alla polizia dove interviene il datore di lavoro che sì lo fa uscire ma che immediatamente dopo lo licenzia sia perchè senza bicicletta sia per aver macchiato il decoro della ditta con l’arresto.

E qui si innesca la storia del nuovo “proprietario” della bicicletta, lo studente Jing.

Inizialmente il film fa di lui il ladro della bici ma si scoprirà che in realtà lui l’ha acquistata al mercato nero rubando i soldi in casa. Arriva a questo gesto perchè la bici tanto ambita gli viene continuamente promessa e continuamente negata nonostante il suo ottimo comportamento a causa dei problemi economici di una famiglia che investe tutto affinchè i due figli, Jing e la sorellina, possano studiare.

Per Jing la bici è uno status symbol, che gli permette di avvicinare a testa alta i compagni di scuola, corteggiare le ragazze, non tanto come mezzo di trasporto fondamentale. Jing è esaperato dalla privazioni famigliari che sembrano capricci però se conmaparati alla vita di Guo, ma che mantengono la drammaticità di chi vuole raggiungere un ideale a tutti i costi.

Dopo strenuanti inseguimenti, furti reciproci della bicicletta in cui vediamo sempre Guo da solo e Jing aiutato dai suoi amici, risse, botte, soprusi i ragazzi decidono che la bici appartiene ad entrambi avendo entrambi investito dei soldi nell’acquisto e quindi si propone di dividersela un giorno a testa.

I due ragazzi rispetteranno ligiamente l’impegno scambiandosi la bici ad ogni tramonto. Le due priorità sono messe sullo stesso piano, una non è più concreta e urgente dell’altra. Tra questi scambi silenziosi nasce una sorta di amicizia non vissuta tra i due proprietari della bici.

Le biciclette di Pechino

Tutto sembra appianato finchè Jing non si mette contro al ragazzo ricco della scuola (reo di aver fatto colpo sulla ragazza a cui aspirava lui) e qui non si sa per codardia o per amicizia, cerca di mettere in salvo Guo e la bici da una rappresaglia dei ragazzi ricchi.

In questa scena finale, di nuovo una rissa, estenuante perchè l’ennesima, estenuante perchè ancor più gratuita delle altre, estenuante per la passività di Guo che mette la bicicletta al primo posto anche rispetto alla propria incolumità. Ma sarà proprio per salvare la bicicletta che avrà un ultimo scatto di rabbia che gli permette di prendere il sopravvento della situazione.

E ci si ritrova a parteggiare per il Guo violento, seppur per un secondo, quanto si era biasimato il Guo passivo di tutto il film.

Ho amato “Le biciclette di Pechino” perchè ci destabilizza nel nostro tentativo di individuare chiaramente una vittima e un carnefice, un vinto e un vincitore; perché c’è il valore della condivisione seppur forzata, come unica mediazione e “successo” reciproco.

Il protagonista, LA protagonista, non è una persona ma un simbolo. E attorno ad esso ruotano i significati di rivalsa e i sentimenti forti e dirompenti che i personaggi mettono in atto. Il gioco tra aspetti concreti e simbolici è quello che ci destabilizza e ci fa perdere le nostre certezze “partigiane” e ci impedisce di schierarci apertamente.

Perché i livelli di interpretazione sono importanti, e confonderli crea confusione e sbilanciamento. E, soprattutto, si perde il senso (e il bisogno) del chi ha ragione.


Articolo scritto in origine per il sito Psycoteca, ormai chiuso.

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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