Il viaggio tra percorso e meta

Adoro viaggiare, adoro scoprire posti nuovi e incontrare nuove persone e nuove storie.

E questo lo posso fare muovendomi di luogo in luogo o accompagnando le persone che vengono nel mio studio portando le loro storie.

Una persona mi ha scritto giorni fa sulla mia pagina Facebook condividendo un suo pensiero e ponendomi una domanda:

Può la motivazione iniziale che porta alla psicoterapia, variare e addirittura svanire lungo il percorso?

La mia risposta è stata “Sì, capita spesso!”.

Il viaggio psicoterapeutico è un viaggio che spesso parte da alcune domande, spesso pressanti, legate a malesseri, disagi, insoddisfazioni. Lo scopo iniziale il più delle volte viene racchiuso da una domanda che mira a vivere bene la situazione attuale eliminando i malesseri.

Un viaggio quindi che si immagina come un percorso in cui lasciare di volta in volta i propri pesi, le proprie zavorre emotive per giungere alla meta del benessere.

Alcune volte il percorso si delinea così in modo lineare e la persona, una volta giunta alla meta, ad un livello di benessere sufficiente, si dice soddisfatta e il percorso si chiude.

Altre volte invece, durante il percorso, mano a mano che si lasciano delle cose, se ne trovano altre che stimola ulteriori domande, magari diverse da quella iniziale, magari proprio le domande che servivano e di cui la prima era solo uno step di avvio. Su queste domande il viaggio, altrimenti lineare, si amplia in deviazioni, ramificazioni stradali che ampliano la mappa e permettono di vedere altre cose. Spesso sono queste deviazioni che permettono di trovare una via alternativa ad un ostacolo che non si riusciva a superare ostinandosi a guardare in un’unica direzione.

viaggio

Sono queste nuove domande a far sì che il senso del viaggio con obiettivo una meta, acquisisca il senso del viaggio in sé dove la meta prima identificata non è più così importante perché se ne individuano altre.

Un po’ come quando leggiamo un articolo su internet e tale lettura ci porta a leggerne altri che magari non avremmo cercato o a voler approfondire un concetto che non conoscevamo.

Faccio un esempio. Ipotizziamo una persona che viene in terapia perché stressata dal lavoro. La domanda iniziale potrebbe essere quella di acquisire nuovi strumenti per poter lavora con più serenità, imparando a dar meno peso o farsi meno carico dello stress che il lavoro causa.

Il primo tipo di percorso può terminare con l’acquisizione e la messa in pratica di quegli strumenti e la persona può tornare a lavorare con più serenità

Il secondo tipo di percorso può per esempio far trovare altre inclinazioni lavorative, desideri mai coltivati, e portare a rivedere la propria realtà lavorativa magri cambiando lavoro.

Questo è solo un ipotetico esempio che può applicarsi a molti aspetti della nostra vita.

Per questo non è mai facile definire chiaramente quanto durerà un percorso terapeutico: noi possiamo avere un obiettivo condiviso ma sarà lungo la strada che scopriremo parti nuove e decideremo se farle giocare nella vita o tenerle in noi magri per svilupparle molto tempo dopo la chiusura della terapia.

E’ un viaggio in cui il terapeuta sta accanto alla persona, forse pure un passo indietro. Quello che ha in mente è un “codice della strada”: sa riconoscere i segnali di pericolo, dove dare precedenza, quando fermarsi per un attimo. Ma la strada è quella della persona che viene da noi, una strada che nessuno dei due attori della psicoterapia conosce a priori, una strada che si esplora insieme.

E’ un percorso faticoso, purtroppo sì, perché bisogna camminare e vagare. Se si sta fermi sperando che il terapeuta magicamente dia una soluzione, difficilmente si prosegue. Sarebbe come voler vedere le piramidi ma non voler andare all’aeroporto, camminare sulla sabbia, sperando che la guida ci teletrasporti magicamente lì.

Non è un viaggio lineare anche perché le ramificazioni in cui ci si avventura possono tornare indietro, per recuperare la propria storia, possono entrare dentro per scoprire la propria interiorità emotiva.

E’ un viaggio affascinante, a tratti magari doloroso, perché implica a volte rompere qualcosa per poterlo ricostruire o riassemblare in modo più funzionale; ma è un viaggio  in cui la meta che si raggiunge è la miglior conoscenza di sé, un senso di sé unico da poter portare in giro per le strade reali della vita.

La psicoterapia è un viaggio in cui la meta è la miglior conoscenza di sé, un senso di sé unico da poter portare in giro per le strade reali della vita. Condividi il Tweet

Vi lascio con queste parole di un poeta che amo molto:

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

C. Kavafis, Itaca

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.