autobiografia

Parole, foto e memoria: l’autobiografia di Annie Ernaux

L’autobiografia è un genere letterario che il critico letterario francese Philippe Lejeune ha definito “il racconto retrospettivo in prosa che un individuo reale fa della propria esistenza, quando mette l’accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della propria personalità”.Wikipedia

Annie Ernaux nei suoi libri, che ho amato molto, racconta la sua vita. Per lei scrivere la sua storia (suddivisa nei suoi diversi libri) è un modo per rivederla (a volte per vederla la prima volta davvero) e per assorbirla. Scrivere la propria autobiografia, raccontare di sé permette di mettere in parole ciò che si è vissuto, rivederlo con occhi nuovi e inserirlo anche nel periodo storico in cui le varie fasi della nostra vita si sono svolte.

Nel corso dell’esistenza personale la Storia non esisteva. Eravamo soltanto felici o infelici a seconda dei giorni. (…) I segni dei cambiamenti collettivi non sono percepibili nella particolarità delle vite individuali, a parte forse nello scoramento e nella fatica che fanno pensare segretamente a migliaia di individui nello stesso tempo <<non cambierà mai nulla>>

La memoria storica , il suo recupero e la sua cura, sono preziosissimi. La memoria è il fil rouge di tutti i libri di Annie Ernaux. Una memoria che a volte presenta delle lacune e deve appoggiarsi ad altri per sanarle. O una memoria che spesso va solo sollecitata a ripresentarsi perché siamo pronti ad ascoltarla.

(…) la memoria non si ferma mai. Appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginari, il sogno alla storia. (…) Era la memoria degli altri a collocarci nel mondo. Al di fuori delle narrazioni, i modi di camminare, di sedersi, di parlare e di ridere, di chiamare qualcuno per la strada, i gesti nel mangiare, nel maneggiare le cose, trasmettevano la memoria passata di corpo in corpo

Oltre ai racconti altrui sono gli oggetti, le fotografie che possono supportare la memoria o favorirne il suo recupero come i profumi proustiani.

Un’eredità inavvertibile nelle fotografie che però, al di là delle differenze individuali, del divario tra la bontà degli uni e la cattiveria degli altri, univa i membri della famiglia, gli abitanti del quartiere e tutti coloro che si diceva quella è gente come noi. Un repertorio di abitudini, una somma di gesti modellati dalle infanzie nei campi, le adolescenze nelle botteghe, precedute da altre infanzie, retrocedendo fino all’oblio

Rispettare il ciclo delle stagioni (…) il tutto secondo il principio che c’era un momento per ogni cosa, un lasso di tempo prezioso è difficile da quantificare tra il <<troppo presto>> e il <<troppo tardi>>

Altro protagonista in questo viaggio nella memoria sono le parole, i modi di dire, gli usi linguistici che distinguono epoche, distinguono le persone a seconda della loro provenienza con i dialetti.

Le espressioni cadute in disuso, risentite per caso, all’improvviso diventare preziose come oggetti perduti e poi ritrovati, di cui ci si chiede come abbiano fatto a conservarsi (…) A furia di non essere più utilizzate, alcune parole parevano prive di senso. Ne arrivavano altre che s’imponevano per valutare azioni e individui

La percezione dello scorrere del tempo, di ciò che è importante portarsi dietro aumenta con l’aumentare dell’età, non appartiene alla gioventù, ci dice Ernaux. Ma la memoria è parte integrante della nostra identità.

La questione dell’identità, fino ad allora relegata al documento che tenevamo nel portafoglio, si faceva sempre più pressante. Nessuno sapeva esattamente in cosa consistesse. In ogni caso, era qualcosa che bisognava possedere, ritrovare, conquistare, affermare, esprimere. Un bene prezioso e supremo.

Raccontare la nostra storia implica il non poter più negare cosa ci è accaduto, far pace con gli errori, lasciare andare il rimpianto, affrontare i “buchi” narrativi che solo altri possono colmare o che abbiamo colto dai “non detti” famigliari come accade alla Ernaux per la sorella morta prima della sua nascita e mai nominata in famiglia.

Vuol dire perdonare, non in senso religioso, ma nel senso di liberarsi del rancore che ci logora.

Ogni storia infatti contiene al suo interno dei nuclei di dolore e il raccontarli permette loro di prendere luce e sciogliersi.

Questo racconto possiamo farlo in un libro, se ne abbiamo le doti, ma è sicuramente ciò che facciamo in terapia dove è la nostra storia che parla per noi e a noi. Ed attraverso la nostra storia ricongiungiamo i fili della nostra identità.


Le citazioni sono tratte dai libri di Annie Ernaux, L’Orma Editore

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.