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L’illlusione del controllo: interattività e sadismo

Il bisogno di controllo, il bisogno di sicurezza, hanno un prezzo: la nostra umanità e Black Mirror ce lo mostra.

Da molto ormai ci siamo allontanati dal mero fruire di contenuti passivi come con la televisione.

I social in primis ci hanno permesso di dialogare, di esprimere opinioni e a volte di influenzare decisioni.

Da poco però Netflix ha fatto uscire un episodio particolare della serie Black Mirror: Bandersnacht. e non paghi, ieri, 16 gennaio, hanno rilasciato un evento, The Black Game,

Il sadismo

Il film e l’evento presentano una situazione dove non siamo spettatori passivi ma dove veniamo posti di fronte a delle scelte che (sembra) direzionano la trama. Le scelte spesso paiono ingenue come, in Bandersnacht, scegliere il tipo di cereali fino però a diventare anche cruente o ricalcare il detto “mors tua vita mea“.

The Black Game, tramite le storie di Instagram, ha permesso a chi si collegava di controllare e influenzare la vita di un perfetto sconosciuto nella vita reale.

Anche qui le scelte potevano essere neutre o molto sadiche.

Purtroppo non ho potuto seguirlo in modo continuativo per cui quando ho guardato le storie, le scelte erano già state fatte. Ho però provato a indovinare le scelte più cliccate e spesso erano le più pesanti per il soggetto del BG: dal mettersi in ridicolo, al sacrificare oggetti emotivamente significativi, al modificare in modo più o meno permanente il suo corpo.

Già Marina Abrhamovic nel suo noto evento aveva dimostrato come le persone, poste di fronte ad una persona inerme, via via deumanizzata, arrivavano a fare del male fisico. E avevano la persona in carne e ossa davanti.

L’artista voleva dimostrare come l’arte può essere lo specchio di qualcosa già deformato in partenza, ossia la pulsione umana che si incanala in atti violenti contro i deboli, gli indifesi, coloro che sembrano prestarsi, in una circostanza favorevole, ad essere colpiti. (Fonte) (sottolineatura mia)

Di fronte ad una persona vissuta come virtuale a livello emotivo (le storie di IG non hanno sonoro per cui le emozioni potevano essere solo percepite dal non verbale) non ci si è risparmiati e la maggior parte degli osservatori attivi, tra due scelte, ha scelto la peggiore.

Famoso, a questo proposito l’esperimento di Milgram sulla connessione tra obbedienza e far del male ad altri. Qui in un articolo de Il Sole 24 Ore.

L’illusione di controllo

La nostra mente non tollera la casualità e cerca in tutti i modi di trovare delle spiegazioni ai fatti che accadono. La casualità infatti ci pone al di fuori della possibilità di controllare gli eventi, le spiegazioni (anche se assurde, come in molti complottismi) ci danno l’illusione di controllo. E’ un bias (errore) della mente che può portare anche a sottovalutare i rischi di un’azione.

Nei due contenuti che Netflix ha proposto il tema cardine era proprio quello del controllo. Un controllo agito spesso al di fuori della ragione, come se fosse un gioco. Ma un controllo che via via che si dipana la trama (o le trame) si mostra nella sua illusorietà.

Ciò che Bandersnacht ci fa solo intuire, viene esplicitato nell’ultima storia di The Black Game: chi è davvero che ha il controllo e chi controlla chi?

Avere di fronte delle scelte ci illude di poter controllare la situazione ma ci fa perdere di vista chi o cosa propone quelle scelte o quanto possano essere aleatorie. La scelta permette il controllo, e il controllo conferisce potere. E spesso, quel potere, usiamo.

Il black mirror

Charlie Brooker, ideatore della serie, lo descrive così

Lo “specchio nero” del titolo è quello che troverai su ogni parete, su ogni scrivania, nel palmo di ogni mano: lo schermo freddo e brillante di un televisore, un monitor, uno smartphone. (Fonte)

Non solo, però, lo schermo in quanto tale ma a livello metaforico la nostra percezione dello schermo: una barriera dietro cui siamo al sicuro, attraverso cui far passare la parte peggiore di noi per affondare i denti sulla preda, con una illusione di impunibilità.

La serie tutta mette sotto i riflettori il nostro modo di interagire con la tecnologia, e di come questa interazione influisca sulla nostra umanità. Un episodio in particolare uso molto nella formazione: Gli uomini e il fuoco (Men against fire), quinto episodio della terza stagione.

Black Mirror ci parla del nemico come un bisogno, un concetto storico per sentirci unici, alterando la rappresentazione (e la narrazione) dei rivali per travestirli da mostri e confermare la nostra visione del mondo, farci sempre sentire dalla parte dei buoni.

Conclusione

Ciò che il film e il gioco hanno mostrato non è nulla di diverso da ciò che osserviamo ogni giorno. Possono essere i flame, gli insulti, l’odio riversato quotidianamente in rete. Possono essere gli attacchi mirati come nel cyberbullismo o nel cyberstalking.

Il messaggio, tipico della serie Black Mirror è angosciante: nessuno escluso, a tutti può capitare, tutti possiamo essere carnefici con la preda giusta davanti.

Oggi molti di voi si sono nascosti dietro migliaia di piccoli black mirror per giocare con Pierpaolo. Ma dietro questi specchi, per quanto neri, c’è il riflesso di ognuno di voi. Avete preso decisioni terribili per un perfetto sconosciuto. Avete giudicato, commentato e odiato. Per alcuni abbiamo oltrepassato il limite, per altri, non l’abbiamo neanche sfiorato. Chi ha pensato fosse tutto finto, chi fin troppo vero. Ognuno di voi ha cercato il proprio Black Game, attaccato, per tutto il giorno, a uno schermo. Quindi vogliamo farvi un’ultima domanda: siete sicuri di aver avuto davvero il controllo?

 

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.