pensatoio

Il Pensatoio: uno spazio per guardarci dentro

Che amo Harry Potter l’ho già scritto, vero?

Scusate la ripetizione, ma gli spunti che trovo nella storia di Harry sono sempre molti e diventano spunto per parlare di cosa si fa in quella stanza quando due persone si incontrano.

Una porta le proprie difficoltà, l’altra prova a dipanare quelle difficoltà per renderle pensabili in altro modo.

Albus Silente aveva un oggetto nel suo studio: il Pensatoio.

Un bacile di pietra pieno di una sostanza magica in cui, una volta estratti come fili argentei dalla mente, i pensieri, i ricordi possono essere non solo visti, ma rivissuti.

Non ho un bacile di pietra in studio (non che non mi piacerebbe se l’avessi, ma non divaghiamo) ma il lavoro terapeutico ha una funzione simile.

Perché dovrebbe essere necessario? I pensieri e i ricordi sono già vividi nella nostra mente.

Verissimo.

Però vi è mai capitato di riuscire a vedere qualcosa tenendolo attaccato agli occhi? Esatto, alla meglio vedrete qualcosa di sfocato.

Ma se quella cosa la allontanare alla distanza giusta ecco che le immagini o le scritte prenderanno forma.

Ecco qual è la funzione del pensatoio che vedo simile alla stanza della terapia: un luogo in cui poter rivedere pensieri, ricordi, emozioni riuscendo a mettere una distanza tra noi e questi.

E in quel pensatoio entreranno due teste: quella del terapeuta e quella della persona che chiede aiuto.

Rivedere da una distanza giusta ciò che fino a quel momento tenevamo solo nella nostra testa è il primo passo per rivederne le connessioni, i significati, le priorità.

Per mettere ordine nella narrazione della nostra vita.

E serve una seconda testa dentro, perché è un po’ come rileggere mille volte un testo scritto. Se lo abbiamo scritto noi, per quanto lo rileggeremo, lo faremo sempre con la stessa intonazione, con gli stessi occhi e non vedremmo eventuali refusi, incongruenze che saltano immediatamente agli occhi di chi quel testo non lo ha scritto.

Noi scriviamo la nostra vita tutti i giorni nella nostra mente, la inseriamo in una trama che ha un senso per noi e in cui i vari elementi trovano un senso consono a quella trama.

Ma a volte la trama non è quella funzionale per noi e serve qualcun’altro che ne veda le trame potenziali, i refusi più ricorrenti, i collegamenti che erano sfuggiti.

E’ un lavoro a due: senza il materiale mentale, il pensatoio non ha un senso di esistere.

Senza il pensatoio, quel materiale non potrà avere altre possibilità di essere guardato sotto diverse prospettive.

Ma non c’è nulla di magico, nel mio caso. Anche se a volte, dopo aver visto qualcosa che sfuggiva, lo sguardo di stupore di chi mi sta davanti potrebbe essere simile a quello suscitato da uno spettacolo di magia.

Ma no, non c’è nulla di magico.

Tutto accade in una relazione in cui una delle due persone può permettersi di vedere le cose un po’ più distanti dagli occhi e non è imbrigliata in una trama mentale che all’altra sembra scritta con inchiostro indelebile.

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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