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Di muri e di libertà: 30 anni della caduta del muro di Berlino

Avevo 18 anni nel 1989.

Quarta liceo.

Ricordo bene quel periodo, quella notte.

Sentivo che stavamo vivendo una svolta epocale e la vivevo, come tutti come un momento molto importante di superamento delle barriere tra i popoli.

E dopo questa notte, un anno di mutamenti. Gente che scavalcava, gente che distruggeva quella barriera che aveva separato famiglie. Non estranei ma famiglie, abitanti di una città prima unica e poi divisa.

Gente che riabbracciava, si riuniva, si poteva ridire simile.

Ovviamente la me 19enne ricorda meglio il concerto di Roger Waters dell’estate successiva in cui suonarono The Wall.

Andai a Berlino nel 2002, vidi il tracciato del muro dietro la Porta di Brandeburgo, il Check Point Charlie e mi spinsi a vedere i pezzi di muro rimasti e ormai colorati con molti grafiti. Anche qui la sensazione fu di un qualcosa di archiviato, superato. Ma purtroppo no.

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Ieri sera nel programma Propaganda Live, Marco Damilano ne ha parlato ricordando che forse dietro quel muro caduto, che pensavamo presagire un’avvenire di pace, più umano, quel muro che con la sua esistenza ricordava gli orrori che lo avevano generato indirettamente generato, dietro o dentro quel muro c’erano dei “cani neri” citando il libro di McEwan.

Quei “cani neri”

(che il sindaco del paese dove si sono materializzati in quell’estate del 1946 ha affermato essere quelli portati durante la guerra dai nazisti, e usati per torturare i prigionieri), corrono ancora liberi, pronti a materializzarsi in altri luoghi (Fonte)

Purtroppo li vediamo da un po’ di nuovo, nelle ondate d’odio, nell’intolleranza, nel razzismo, nella ricerca di un nemico, prima esterno e poi interno che permetta di sentirsi al sicuro con la propria identità. E tornano i muri.

Individuare un nemico responsabile delle nostre difficoltà può dare sollievo, chi si erge a paladino della difesa dal nemico un benefattore. Ma il cerchio può restringersi sempre di più fino ad arrivare, come a Berlino, a dividere una stessa città.

Lo so è un discorso impreciso, ma qui voglio porre attenzione al processo psicologico.

I muri più pericolosi sono quelli che innalziamo dentro di noi per giustificare l’odio e la violenza. I muri più pericolosi sono quelli che ci impediscono di sentirci parte dell’umanità e di sentirci uguali in quanto umani. (qui un altro mio post a tema)

E quando dimentichiamo la nostra umanità, diamo sfogo ai peggiori istinti, che forse credevamo sopiti, di cui prima provavamo vergogna, ma che ora vengono sdoganati e giustificati.

Odio che porta a vedere foto della Senatrice a vita Liliana Segre in un forno.

Odio che porta a metterla sotto scorta per le minacce subite.

Lei, portatrice nello stato del ricordo di quei crimini, commessi nel momento in cui si decide che l’altro non è umano quanto noi e che la sua eliminazione ci salverà dal pericolo, dalla crisi, dalle difficoltà più o meno immaginarie che viviamo.

Del meccanismo della deumanizzazione parlo sempre durante i miei interventi sul cyberbullismo. Perché parte tutto da lì. Perché grazie a questo meccanismo, posso vessare l’altro senza sentire, colpa o vergogna.

Combattere il linguaggio d’odio, combattere il razzismo e le discriminazioni deve essere un impegno quotidiano.

Per me, anche un impegno deontologico.

 

 

 

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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