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Videogame e psicologia: intervista a Viola Nicolucci

Il tema dei videogame è, soprattutto in questi ultimi anni, molto dibattuto. Spesso derubricato a mero strumento ludico, ultimamente è diventato il capro espiatorio di alcune situazioni di disagio giovanile.
Ho quindi voluto chiedere direttamente il parere di una collega, la dott.ssa Viola Nicolucci, che da anni approfondisce il tema dei videogame in ottica psicologica e che ha molte cose da dirci. 
Buona lettura!

Ciao Viola, è un po’ che seguo il tuo lavoro con i videogame occupandomi da anni di psicologia e tecnologie. 

Hai voglia di aiutarci a fare un po’ di chiarezza sul tema?

D: Innanzitutto, ci racconti chi sei e come la tua professione ha incontrato i videogame?

R: Sono psicologa psicoterapeuta. Dal 2011 mi occupo di psicologia e nuove tecnologie o cyberpsicologia. Ho iniziato facendo consulenza psicologica online in videoconferenza, cioè svolgendo la mia attività ambulatoriale nel mondo digitale. Mi sono avvicinata ai  videogiochi come genitore. Ho un figlio con disturbi dell’apprendimento e le nuove tecnologie sono da sempre uno strumento di crescita e apprendimento. Da piccolo, i videogiochi erano l’unico ambito in cui mio figlio era superiore agli altri bambini. Questo “potere” mi ha incuriosita e ho cominciato ad approfondire le ricerche scientifiche sui video games.

D: Come si incrocia la psicologia coi videogame?

R: Sono molti gli aspetti della psicologia che entrano in gioco nei video games: psicologia cognitiva e neuroscienze, psicologia positiva, psicologia della personalità, psicologia sociale e psicologia clinica.

La psicologia cognitiva e le neuroscienze entrano in gioco nella progettazione dell’esperienza del videogioco (User Experience UX). Tenendo in considerazione, nella fase di progettazione, i limiti e il potenziale delle capacità di: percezione, attenzione e memoria, l’esperienza del giocatore risulterà più fluida e quindi più gradevole.

La psicologia positiva può contribuire con le competenze sulla motivazione. Perché videogiochiamo? Perché preferiamo un genere di videogiochi? Qui entra in gioco anche la psicologia della personalità. Pare infatti che ci sia una correlazione tra il profilo motivazionale dei videogiocatori e la loro personalità. I nostri tratti di personalità influiscono insomma sulle scelte di acquisto e di gioco.

C’è poi la psicologia sociale. Oggi la componente di socializzazione e collaborazione è molto popolare. I videogiochi sono un luogo di ritrovo digitale durante la pandemia di Covid19. Quello della socializzazione è uno dei drive più forti nel gaming. La psicologia sociale entra in gioco nello studio delle community online anche per arginare e contrastare la tossicità, ossia gli abusi (es. insulti, minacce) che talvolta hanno luogo.

D: Quali possibilità terapeutiche ci sono nei videogames?

R: Il videogame in quanto mezzo di intrattenimento è anche un mezzo di espressione. Come abbiamo visto le nostre scelte rivelano qualcosa di noi. I videogiochi sono foreste di simboli da interpretare. Un paziente videogiocatore che rivela questa passione ci serve sul piatto un mondo di contenuti da elaborare e comprendere. Purtroppo l’associazione automatica, ancora nel 2021, è che l’associazione videogiochi e terapia equivalga ad un problema di dipendenza. La ricerca rinforza che non sono i mezzi tecnologici (device e software) a creare problemi, ma sono spesso strumento e strategia di compensazione quando i problemi nascono altrove. Alcuni pazienti appaiono come “dipendenti” agli occhi di non esperti anche psicologi, quando spesso usano il videogioco soprattutto online per trovare amicizie con interessi comuni, quando questo non è possibile nella loro comunità di appartenenza. 

Se questo è il versante più “psicoterapeutico” del lavoro, c’è poi l’universo “cognitivo”. Quest’anno la Food and Drug Administration americana ha riconosciuto per la prima volta nella storia un videogioco – Endeavor RX – come un trattamento di “medicina digitale”. Si tratta di un video game per il trattamento dell’ADHD in bambini di 8-12 anni. Sono molti i centri universitari e clinici in cui si sta progettando, nei prossimi anni ne vedremo davvero delle belle! 

D: E ora veniamo al tasto dolente: cosa ci puoi dire del fantomatico “gaming disorder”?

R: Del “gaming disorder” si dice fin troppo. Se l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di includere la dipendenza da videogiochi tra altre patologie a scopo “preventivo”, ossia non ci sono ancora i numeri secondo la ricerca scientifica per dichiarare un allarme, la stessa OMS ha sostenuto il gaming durante la pandemia e i lockdown come strumento e modo per stare in qualche modo vicini, seppur online. La posizione dell’OMS sul gaming disorder non è cambiata, ma sicuramente il contesto della pandemia ha consentito una lettura differente del fenomeno del gaming. Oggi come anticipato, sappiamo che non è la tecnologia il problema, ma l’etica deve avere la priorità nell’industria. I videogiochi possono essere usati in modo problematico, quando ci sono frustrazioni dei bisogni motivazionali nel contesto sociale, famigliare o nel gruppo dei pari. Il problema è abbattere i pregiudizi verso un mondo che i clinici non conoscono. Formarsi in modo adeguato dal punto di vista scientifico, ma anche informandosi sul mondo dei video games. La formazione clinica “storica” non è uno strumento sufficiente.

D: Quali consigli puoi dare ai colleghi che vogliono approfondire questo tema?

R: Leggere la ricerca scientifica, possibilmente i lavori originali in Inglese. Capire quali sono gli autori attendibili. Il nostro settore attraversa dei trend su cui spesso si sale per lavorare, anche quando non abbiamo gli strumenti. C’è un mercato di formazione e informazione che risponde alle ansie del pubblico, senza valutare che siano fondate. L’ideale invece è seguire i ricercatori quotidianamente sui social, dove fanno debunking appena esce un lavoro discutibile sul tema. Gli allarmismi sono blastati in poche ore, ma il pubblico generale e dei nostri colleghi ha purtroppo tempi lunghi a cambiare.

Videogiocate e non vi preoccupate se non siete bravi.  Il diritto al gioco è universale, anche per gli scarsi: lo sono anch’io. Se avete nella vostra rete qualcuno che videogioca, fatelo insieme o usatelo come referente. Bambini e adolescenti soprattutto si sentono validati se qualcuno mostra interesse per questa loro passione.

Infine sarebbe utile informarsi anche sul game design e gli aspetti tecnici. Materiali disponibili in rete ce ne sono, ma molti di più in lingua Inglese.

D: Quali consigli puoi dare ai genitori?

R: Non perdete l’opportunità di stare vicino ai vostri figli. Videogiocate insieme o seduti accanto a loro. Non squalificate questa loro passione, comprometterà la loro autostima. Quando invece un bambino o un ragazzo sente che si può aprire sul suo amore per il gaming, lo vedrete letteralmente illuminarsi. Negoziate delle regole, ma siate flessibili. Le regole devono far parte di un dialogo continuo. Quella digitale è una dimensione della vita quotidiana come le altre oggi. 

D: A quando un tuo libro?

Fuochino…

Molto bene! Grazie mille per la disponibilità Viola!

In attesa del libro di Viola Nicolucci, se avete dubbi o domande non esitate a commentare!

Se volete seguire Viola Nicolucci la trovate qui:

Twitter: @ViolaNicolucci
Instagram: @violanicolucci
Linkedin: https://www.linkedin.com/in/violanicolucci/


Immagine in evidenza: Foto di Paulina Pratko da Pixabay

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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