La sofferenza in parole

E quando dico trasformare la sofferenza in parola, non intendo trovare un interlocutore per tale parola, anche se alla fine è quello che si persegue, è ovvio, ma mi riferisco alla prima tappa che è ragionare in solitudine e dire: “Adesso basta!”, accendere una lanterna e mettere un po’ d’ordine in tanta insensatezza, rifletterci su, riflettere ha due significati, insomma consiste nel riuscire a vedere la propria sofferenza come riflessa davanti a noi, al di fuori di noi, separarsene per guardarla e allora ci si rende conto che la sofferenza e la persona non formano un tutt’uno indissolubile; siamo vittime di qualcosa che viene dall’esterno probabilmente modificabile, suscettibile di venire elaborato se non altro osservato, e nell’atto dello sdoppiamento inizia l’alchimia, la fonte del discorrere, ecco dove si produce l’alba della parola che sorgendo emana luce interno a sè, anche se non sai ancora a chi dirla, e poi sì, quando si è riusciti a farla maturare e illumina e riscalda – a volte passono anni prima di arrivare a quel mezzogiorno – allora l’ideale sarebbe se si materializzasse il recettore reale di questa parola, in carne ossa, la prima hai dovuto raccontartela da solo… raccontarla a qualcun altro è la seconda tappa, più gradevole, lo so, ma non vi si arriva mai senza la prima, o meglio, vi si arriva però male.

Gaite, Tutta la notte svegli 

The following two tabs change content below.
Avatar

Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

Commenta con Facebook!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Privacy policy

*

Accetto

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.