Incontri di solitudini ne “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery*

Paloma, secondogenita di una famiglia benestante di Parigi, ci accompagna nei suoi pensieri e nei suoi scritti che analizzano finemente il mondo che la circonda.

Madre in analisi farmacodipendente, sorella superficiale, padre, importante politico, assente nella famiglia.

Fil rouge di questi pensieri è l’obiettivo principe nella vita di Paloma. Obiettivo descritto con chiara e disarmante lucidità: suicidarsi al compimento dei 12 anni.

Suicidarsi per non vivere in quel clima socio relazionale che osserva quotidianamente, “perchè non vuol finire come il pesce rosso nella boccia di vetro. Questa è l’immagine che ha dei grandi, o almeno di quelli che la circondano. Esseri non pensanti, chiusi in una bolla di vetro, a girare sempre nella stessa vasca, pensando che sia il mondo intero.” (Cit da un commento ad un post sul film)

Suicidarsi per non vivere una vita da non vivente.

Questo piano studiato nel minimo dettaglio però si incrinerà lentamento con l’incontro di due abitanti del palazzo: un giapponese, il signor Kakuro Ozu, colto e elegante e Renée Michel, la portinaia, vedova apparentemente sciatta e poco attenta agli altri, in realtà dotata di un intelletto brillante, una curiosità frizzante e una buona cultura, nonchè una non indifferente capacità di leggere l’animo umano. Renée Michel copre e misconosce accuratamente e volutamente queste sue qualità sotto aculei fatti di abiti dozzinali e mal abbinati, pettinature raffazzonate e ciabatte disimpegnanti. Si maschera da riccio, vuole essere un riccio che tiene lontano gli altri. Questi aculei però rischiano di tenere lei stessa lontano dalla sua profondità che tende a minimizzare.

Il focus sta nel significato e valore attribuito agli altri in base al ruolo giocato e non al loro essere. In questo la “portinaia scialba” non può mai essere una fine letterata quale è, al punto di sminuirsi lei stessa in questo ruolo attribuitole dagli altri.

Ecco un gioco di specchi, deformanti, in cui l’occhio dell’altro costituisce la superficie in cui mi rifletto e che mi fa perdere la stessa percezione di me finchè non incontro un occhio conforme al mio che mi veda per quello che sono e che soprattutto mi faccia percepire il mio valore. Valore che forse riconoscevo già ma che aspettava un vaso prezioso in cui riporlo.

Mai dare perle ai porci.

Il signor Ozu riuscirà a vedere oltre la voluta apparenza sciatta di Michel queste qualità, e le porta agli occhi di Paloma (mai fermarsi alle apparenze, Paloma) e di Renée Michel stessa che spoglia dei suoi aculei può finalemente “vedersi”.

Ne deriva un intreccio vitale e intellettivamente intenso, pregno di colori e sfumature contro il grigiore degli altri abitanti del palazzo.

Un intreccio in cui il nutrimento reciproco però non riesce a distogliere pienamente Paloma dai suoi propositi e Michel dai suoi aculei.

Tre solitudini apparenti che si incrociavano.

Apparenti perchè se rapportate al vuoto di valori degli altri personaggi, i tre protagonisti sono così pregni di intensità (non so come renderlo affinchè si capisca, mi viene così) da poter reggere una scena solo portando avanti le moltitudini che li abitano. Moltitudini che vengono vissute come stravaganze dagli altri non protagonisti.

Nel libro tutto ciò è delineato al massimo e ti avvolge prima di coinvolgerti.

Solo un tragico incidente finale porrà tutti di fronte all’ineluttabilità della morte. La morte reale, non quella fantasticata in modo anche idilliaco, quella che incombe nella nostra vita senza preavviso portando con sè lo squarcio della nostra realtà, squarcio denso di dolore, squarcio però oltre cui poter guardare uscendo dalla nostra egocentrica visione delle cose.Paloma guarda attraverso questo squarcio e il dolore che prova toglie valore e colore alle sue fantasie suicidarie. Ora è di fronte alla vita, paradossalmente, una vita degna di essere vissuta se spesa nell’incontro e nello scambio con persone come il signor Oku e Michel.

Una morte che porta a una rinascita, come spesso accade psichicamente parlando.

E’ un gran libro… semplice e delicato… e sembra sfiorare temi e sentimenti con la delicatezza delle ali di una farfalla… ma arrivandoti dritto al cuore mettendo in discussione i valori e modi di vivere che tutti attuiamo passando di fronte agli altri senza darci il tempo di posare su loro lo sguardo un po’ più a lungo al fine di cogliere cosa nascondono in sè.

 

*Pubblicato in origine il 22 Gennaio 2013  per il portale Psycoteca, ormai non più online

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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