Idee di testa e idee di pancia: il coming out visto dai genitori

Il punto è che ciò che per anni ha difeso a spada
tratta, i pregiudizi che nella testa ha abbattuto mille e
mille volte, ora sono da distruggere nella pancia, ed è
veramente tutta un’altra storia.
Non se lo aspettava, no, proprio non se lo aspettava
che la pancia facesse così male, che ci volessero
giorni e giorni di silenzio, sdraiata sul letto, le lacrime
in tasca, per accettare qualcosa che la mente aveva fatto
suo da tanto tempo ma che il corpo non riesce ad
assorbire.

Ieri sera ho avuto l’occasione di presenziare alla presentazione del libro “Sventola l’aquilone” di Donata Testa.
Un libro sul coming out di un figlio. Ma non è del coming out fine a sé stesso di cui voglio parlare. Ne parlerò altrove, eventualmente.
Il libro è incentrato su ciò che il coming out di un figlio provoca in una madre che da sempre non nutre alcun pregiudizio ed anzi li combatte; Maria, femminista negli anni ’60-’70, operatrice sociale votata alla difesa degli emarginati e degli “oppressi”, anche lei all’avanguardia contro ogni discriminazione.

Come non pensare al film “Indovina chi viene a cena” dove viene rappresentata una famiglia, un padre, in primis, che propugnano idee liberali e progressiste, idee che vengono naturalmente trasmesse alla loro unica figlia che vi crede e che crede di poter applicare alla sua vita con il beneplacito dei genitori. Idee di uguaglianza, parità, non discriminazione. In questa famiglia ci si trova di fronte ad un genero mai visto prima, uno stimato medico con una buona posizione ma… di colore. Tutto il film è incentrato sulle reazioni dei genitori di entrambi i novelli sposi che si scontrano/incontrano su pregiudizi che nutrivano nella pancia e che mai avevano intaccato le idee coltivate nella testa.

Ma, tornando al libro, queste idee che vengono descritte appunto come idee di testa sono presenti anche nella testa di Maria. Ma le idee di pancia? Eh la pancia “maledetta stronza” agisce spesso in modo non conforme alla testa e ci troviamo posseduti da quei pregiudizi che per una vita abbiamo cercato di scardinare.

Come il padre del film, per l’appunto.
Maria vive lo scollamento lacerante tra valori propugnati e la pancia omofoba, impaurita.
Edo é sullo sfondo, accompagnato anche lui dalle sue lacerazioni.
Una famiglia in cui le lacerazioni sembrano farla da padrone.
La profonda gelosia di Giulio, il fratello, per Edo.
I primi dissapori coniugali che porteranno alla separazione di Maria da Dario.
Le “lacerazioni” fisiche a cui Edo si sottopone nei continui mutamenti di aspetto di stile, adolescenziali mascheramenti che sostituiscono il mascheramento da mago dell’infanzia.
La separazione di Maria dai figli per diversi motivi.
La separazione di Maria dai propri preconcetti e ideali.
La preoccupazione di Maria per uno stile di vita che paventa per Edo.
La vergogna di Giulio.
La separazione di Dario dai suoi principi giovanili che lo portano ad abbracciare una professione borghese.
La lentezza contro la velocità.Lacerazioni che si intrecciano, si scontrano, si incontrano in tortuosi percorsi.
Una madre che lentamente, come lento è Edo, ma con un accurato scandagliare in sé, recupera la Maria della gioventù per poter capire, accettare senza ansia Edo, il suo essere un giovane affamato di esperienze e di vita come tutti i suoi coetanei.
L’aspetto interessante è che queste lacerazioni acuite dal sospetto a cui manca la sedazione della conferma, solo molto lentamente cominciano a provocare meno dolore anche dopo che i sospetti si trasformano in certezze in un battito d’ali.
E finalmente tra mal di pancia e fitte al fianco, la Maria di ieri e la Maria di oggi si incontrano e possono incontrare Edo che finalmente si è rivelato in famiglia per ciò che “banalmente” è.
“Come fa a essere banale?
Cosa c’è di banale nel dichiararsi omosessuale?
Edoardo, le parole le pesa, lo sappiamo, le usa con
garbo e rispetto, le centellina.
E dunque immagina davvero banale la sofferta,
travagliata scelta?
Forse, quando arriviamo alla fine di un percorso,
una volta saliti su, in alta quota, con uno sforzo bestiale
ci guardiamo indietro, guardiamo il fondovalle
e diciamo: Non era mica difficile, no, proprio una
salita da niente, banale addirittura.”

Ma allora cosa risiede nella pancia?
Andando oltre le parole e, spesso il vissuto, dell’autrice, se ne discute molto in coda alla presentazione.
E’ “solo” omofobia o c’è dell’altro?
Le varie esperienze portate, soprattutto da parte di alcuni esponenti di AGEDO, fanno riferimento in primis all’omofobia, che limita il progredire legislativo quanto mentale di questo paese, che ammanta di una coltre di paura e di preoccupazioni i figli che si apprestano al coming out e i genitori che spesso sono impreparati ad accoglierlo. “Perchè diciamolo, non è proprio una bella notizia”, parafrasando a memoria (mi scuso per le inesattezze) la sig.ra Anna.

Ma sarebbe una bella notizia (o perlomeno una notizia come altre) se non vivessimo in un paese in cui l’omofobia parte dalle istituzioni?

O forse entrano in gioco anche vissuti più strettamente genitoriali che spesso trascendono pur emanandone, l’omosessualità?

Le aspettative, le fantasie, i desideri che ogni genitore, in misura più o meno intensa, più o meno ingerente, più o meno radicata, nutre in sé e che vede nel proprio figlio un depositario di una realizzazione che spesso non gli appartiene.  (ringrazio la collega Henni Rissone per questo spunto di riflessione)

“Ci sono famiglie in cui il coming out sembra impensabile” constata Donata Testa.

Lo scarto tra apertura mentale verso l’omosessualità e la pancia che si è nutrita di eteronormatività da sempre,e che vibra di note stonate quando deve digerire nutrimenti a cui non è abituata.
Questa pancia, un cervello per conformazioni e funzione somigliante al suo similare ai piani più alti, spesso si sottrae ad esso a volte governandolo, a volte soccombendovi, a volte boicottandolo.
Questa pancia a cui diamo spesso poca importanza ma che forse per la sua immediatezza nel non sottostare al pensiero cognitivo, ci dice di noi molto di più di quanto pensiamo.
Questa pancia che vive più di emozioni che di raziocinio, più di impulsività che di ponderazione, più di anima che di logos.

Maria lo ha sperimentato tra fitte e dolori.
Noi tutti lo sperimentiamo, almeno ogni tanto, nella nostra vita.

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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