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Percezione di sicurezza: un’errore del nostro cervello?

Spesso le campagne sulla sicurezza partono dalla paura o la usano per avere maggior impatto.
Ma la paura funziona davvero come deterrente?
Tutti noi ormai facciamo attenzione a cosa portiamo sugli aerei. Ma pensiamo alla sicurezza o al rischio che i nostri oggetti vengano buttati/requisiti (sanzione)?
Rispettiamo i limiti quando ci rimangono 2 punti sulla patente perché il rischio di perderla è alto. Ma se ne abbiamo accumulati coi bonus biennali la soglia del rischio si alza notevolmente.
Ne parlavo con Silvia Camnasio in un commento al suo blog che si occupa di moto in merito all’uso del casco.
E come non pensare alle campagne di prevenzione sulla salute? Tendono a diventare sempre più terroristiche ma alla fine che impatto reale hanno? Quanto quel rischio paventato riesco a sentirlo vicino a me?
Su una statale che ogni tanto percorro, un lunghissimo rettilineo coi campi a lato in cui i limiti si superano sempre con conseguenti incidenti, hanno posizionato a intervalli regolari delle sagome a forma umana che indica una vittima della strada. Come se dovessimo toccare con mano il rischio, visualizzarlo vicino a noi per sentirlo come pericolo. Ma nemmeno così i limiti vengono rispettati se non con improvvisi rallentamenti in prossimità delle telecamere di rilevazione della velocità.

E’ forse un residuo dell’onnipotenza infantile che ci impedisce di connettere le conoscenze con le azioni? O qualcosa di ancora più antico?

In alcuni casi la paura ci porta a richiedere un aumento di controlli di sicurezza, sentiti come protettivi, nelle nostre vite, anche quando ne viene intaccata la nostra privacy, come accade di fronte alla paura degli attacchi terroristici; in altri i controlli/divieti vengono sentiti come limitanti della nostra libertà e quindi osteggiati.

Sono due atteggiamenti antitetici e apparentemente inconciliabili e incomprensibili. Come se riuscissimo a sentire come pericolo solo eventi molto grandi, devastanti, ma non riuscissimo a sentire il pericolo nelle nostre azioni quotidiane.

Con tutte queste domande aperte ho cominciato a cercare se c’erano delle ricerche che potessero rispondervi. E ho trovato questo interessante articolo di Bruce Schneier del 2007, sicuramente datato, ma sufficiente a cominciare a dare qualche ipotesi di spiegazione.

Corteccia cerebrale e amigdala

Schneier utilizza il concetto chiave di trade-off 1, una scelta tra diverse esigenze, per spiegare alcune domande che mi ponevo, e cioè perché c’è discrepanza tra le valutazioni di sicurezza/pericolo nelle persone.

La percezione della sicurezza (a base emotiva e/o esperienziale) e la realtà della sicurezza (data da probabilità e calcoli matematici) sono diverse ma sono anche strettamente correlate. Facciamo i migliori trade-off di sicurezza – cioè quei trade-off che ci danno una effettiva sicurezza ad un costo ragionevole – quando la nostra percezione della sicurezza si sposa con la realtà della sicurezza. È quando i due non sono allineati che facciamo errori nella sicurezza.

Schneier sostiene che

non è che siamo incapaci di compiere buoni trade-off di sicurezza ma solo che, a riguardo, continuiamo a comportarci come se fossimo ancora in un ambiente quale era quello degli ominidi che vivevano in piccoli gruppi familiari nei grandi altipiani dell’est dell’Africa. (ibid)

[Tweet “L’errata percezione del rischio si basa sul fatto che ci preoccupiamo delle cose sbagliate.”] E queste cose non sono sbagliate in assoluto ma sbagliate rispetto al contesto in cui viviamo oggi rispetto al contesto in cui le euristiche (ne parlo dopo) che ne stanno alla base si sono costituite.

La nostra evoluzione sociale e tecnologica ha ampiamente superato la nostra evoluzione come specie ed i nostri cervelli sono bloccati con le euristiche che meglio si adattavano alla vita in piccoli gruppi familiari primitivi. E quando le euristiche falliscono la nostra percezione della sicurezza diverge dalla realtà della sicurezza. (ibid)

Questo perché il sistema più economico nel nostro cervello per valutare i rischi è deputato all’amigdala, che processa le emozioni base come rabbia, paura, fuga, è evolutivamente primitiva, e accomuna tutte le specie. L’altro sistema di valutazione è la corteccia cerebrale, molto più funzionale ma decisamente più lenta e onerosa energeticamente parlando. Mentre la prima risulta vecchia per gli scopi della società attuale, la seconda

usando le parole di Daniel Gilbert, “ancora in beta testing.”

La lentezza della capacità analitica della corteccia cerebrale fa sì che spesso si prediligano le analisi immediate fatte dall’amigdala.

Vediamo nel dettaglio alcune di queste euristiche.

Euristiche

Sono procedure non rigorose che si basano su approssimazioni, intuizioni. Sono delle scorciatoie e gli esempi più comuni sono i pregiudizi e gli stereotipi. Sono fondamentali per prendere decisioni che necessitano l’immediatezza. Non sono quindi da eliminare, ovviamente, ma da tenere presente, perché come tutte le cose immediate ci danno spesso maggior sollievo.

Euristica del rischio

Sono quelle euristiche che entrano in gioco quando ci troviamo di fronte a guadagni e perdite:

  • “valore soggettivo” e non oggettivo degli stessi (teoria del prospetto)
    Questo implica

    Primo (…) che la gente effettua più volentieri trade off di la sicurezza volti ad conservare qualcosa che già ha – lo stile di vita, un certo livello di sicurezza, alcune funzionalità nei prodotti e nei servizi (…)  Secondo, quando si considerano i “guadagni” di sicurezza la gente è più pronta ad accettare un guadagno piccolo ma sicuro piuttosto che la possibilità di un guadagno più grande ma incerto mentre quando consideriamo le perdite di sicurezza essi sono più propensi a rischiare maggiori perdite piuttosto che accettare una perdita sicura. (ibid)

  • come il trade-off viene presentato (effetto cornice o di contesto)
  • rispetto alle perdite, entra in gioco il valore personale attribuito alla perdita (effetto dotazione)
  • siamo portati a credere che noi faremmo meglio di altri o che a noi non succederà ciò che accade agli altri, ad es. gli incidenti d’auto (pregiudizio dell’ottimismo o del controllo). Non perché non preventiviamo eventi negativi ma perché ipervalutiamo quelli positivi o perché riteniamo di poterli controllare.
  • la valutazione avviene sulla base del nostro coinvolgimento emotivo nell’azione rischiosa: più è alto, meno valuteremo il rischio e viceversa, come negli sport estremi, nel fumo o rispetto ai figli (euristica del coinvolgimento).
  • siamo più propensi a valutare le conferme di una posizione che abbiamo sostenuto che non valutare le sue confutazioni (pregiudizio della conferma)

Euristica della probabilità

Siamo sufficientemente abili a calcolare le probabilità sui piccoli numeri ma su quelli grandi falliamo. Pur non essendo direttamente legate al rischio ne contribuiscono all’errata valutazione.

Euristica della disponibilità

Le probabilità che un evento accada dipendono, in questo caso, da quanto disponibile è alla nostra mente il ricordo di eventi analoghi. I ricordi però rimangono più impressi non solo perché fanno riferimento a fatti simili ripetutisi ma anche perché hanno un impatto emotivo maggiore su di noi oppure dalla vividezza con cui le informazioni ci vengono passate oppure dal fatto che sia estremo e quindi più raro (incidenti aerei vs incidenti stradali, ad esempio). E questo ci fa sbagliare la valutazione.

Euristica della rappresentatività

Si valuta la probabilità che un evento appartenga a una certa classe in base a quanto l’evento la rappresenta. Questo si riflette sul calcolo delle probabilità dove possiamo commettere l’errore di confondere le regole dei grandi numeri con le regole dei piccoli numeri (ad esempio il caso).

Euristica del costo

I prezzi che riferiamo come idonei per le nostre spese non sono legati alle circostanze ma a precise categorie mentali di riferimento. Ad esempio siamo meno attenti alle piccole spese quotidiane e più a quelle occasionali anche se hanno lo stesso importo (es. due caffè al giorno o un biglietto di un concerto da 60 €). Tra questi budget mentali abbiamo anche quello per la “sicurezza” oppure possiamo avere conti diversi per i rischi gestiti secondo l’e. del coinvolgimento.

E quindi come uscirne?

Sempre secondo l’autore il modo migliore è quello di coniugare la percezione di sicurezza, con annesso quello che definisce il “teatrino della sicurezza”, ossia tutte le manovre, informative, politiche, di marketing che puntano sulle euristiche di cui sopra e che ci possono indurre in errate valutazioni con la sicurezza reale.

Per fare questo però, dobbiamo concederci dei tempi di valutazione, affinché la corteccia cerebrale possa intervenire. E se non possiamo farlo con un leone che ci corre dietro, possiamo sicuramente farlo di fronte a una notizia allarmistica, ad esempio.

Questo forse potrebbe essere utile nell’affrontare le varie bufale in circolazione o nel ridimensionare il reale impatto sulla nostra vita di quelli che vengono definiti stravolgimenti del nostro status quo che mirano spesso solo a farci accettare misure di controllo maggiore per sentirci più sicuri. Parallelamente, a valutare maggiormente i rischi del nostro quotidiano e che spesso invece sottostimiamo mettendoci davvero in pericolo.

 

[1] In economia un trade-off (o trade off) è una situazione che implica una scelta tra due o più possibilità, in cui la perdita di valore di una costituisce un aumento di valore in un’altra. Il termine è espresso talvolta come costo opportunità, riferendosi a più alternative alle quali si è preferito rinunciare a vantaggio di un’altra scelta. (fonte Wiki)

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.