molestie sessuali

Abusi e molestie sessuali: minimizzazione di un danno

Spesso il termine “molestie sessuali” non viene inteso nel suo vero significato in quanto il termine “sessuale” rimanda ad un atto fisico. In realtà

Il reato di molestia sessuale (art. 660 c.p.) è, invece, integrato solo in presenza di espressioni volgari a sfondo sessuale ovvero di atti di corteggiamento invasivo ed insistito diversi dall’abuso sessuale. (Fonte)

mentre

Secondo l’orientamento dominante in giurisprudenza di legittimità, in tema di violenza sessuale (art. 609-bisc.p.), la condotta sanzionata comprende qualsiasi atto che, risolvendosi in un contatto corporeo, pur se fugace ed estemporaneo, tra soggetto attivo e soggetto passivo del reato, ovvero in un coinvolgimento della sfera fisica di quest’ultimo, ponga in pericolo la libera autodeterminazione della persona offesa nella sfera sessuale.(ibid)

Le parole fanno male, non meno degli atti a volte. Possono essere pervasive, e, se accompagnate da mimiche esplicite, sono vere e proprie violazioni della nostra intimità.

Il più delle volte però ci si abitua. D’altronde si sa, l’uomo è cacciatore e quindi è comprensibile che giri le strade alla ricerca di una preda da sezionare con lo sguardo, pesarne il valore estetico e pretendere che questo gesto venga pure accolto con soddisfazione dalla preda “scelta”. Perlomeno non deve ribellarsi a queste attenzioni.

Tutto si gioca sul fisico femminile e sull’utilizzabilità di detto fisico da parte dell’uomo primordiale di turno.

Tutte noi, almeno una volta nella vita abbiamo subito delle molestie. Spesso però non le abbiamo ritenute tali. Non perché non suscitassero fastidio ma perché siamo cresciute bevendo distillati di stereotipi di genere per cui certi comportamenti abbiamo imparato a leggerli come apprezzamenti innocui per cui è eccessivo risentirsi.

E sto parlando dei fischi per strada, gli apprezzamenti sul fisico, i commenti sessisti. E se, come ci dice questo post, un abuso  l’abbiamo ricevuto tutte nella vita, figuriamoci la molestia. (Grazie a Simone Bennati che nel gruppo #adotta1blogger segnala sempre post interessanti!)

Leggevo giorni fa la notizia di una hostess che ha giustamente reagito in modo fermo di fronte ai commenti allusivi di un passeggero durante le istruzioni di sicurezza. L’uomo è stato fatto scendere dall’aereo. Molti commenti erano sul tono: “E vabbe’, che ha mai fatto di male, scherzava”:

No, se un approccio non è gradito, non si può minimizzare definendolo uno scherzo. Facendo sentire in colpa chi si risente per giunta. Perché la colpevolizzazione della vittima è un’altra cosa che abbiamo dentro. Donne che danno per assodato che ci sono luoghi in cui non poter andare da sole o modi “pericolosi” di vestirsi: comportamenti da evitare se non si vuole incappare in situazioni spiacevoli o dannose. Come se fosse normale tutto ciò. Da lì il pensiero che chi lo fa e viene danneggiata, “un po’ se l’è cercata”. Non penso sia necessario elencare tutti i fatti di cronaca esemplificativi di questo.

Siamo state educate a sorridere, abbozzare di fronte a complimenti fuori luogo e invasivi. Mai a ribellarci.

Il pensiero instillato culturalmente e storicamente per cui sia colpa della donna che “provoca”, fa sì che di fronte a episodi “minori” (purtroppo spesso anche in caso di abuso sessuale), la vergogna e il pensiero di aver in qualche modo indotto quel gesto, fa sì che si taccia.

Tempo fa pubblicai sul mio profilo Facebook questa nota, in cui chiarivo che il fatto che io avessi una foto di profilo non faceva del mio account un fascicolo di un’agenzia matrimoniale. Questo dopo aver ricevuto, come molte mie colleghe, molti messaggi che con il “cosa faccio, cosa dico e cosa penso” su quel profilo avevano poco a che fare. E di fronte al mio cortese rifiuto delle avances, spesso arrivano gli insulti. “Te la tiri, vabbe’ cosa vuoi che sia se ti offro un caffè”.  Solo ieri trovo l’ennesimo commento alla mia nota: Però io sono affascinato dall’intelligenza e dalla bellezza….che faccio, mi cancello?” . Che gli devi dire? Ormai i contatti maschili che dopo aver chiesto l’amicizia mettono il like solo alle foto li cancello immediatamente.

I microtraumi provocati dall’esposizione continua a piccole violazioni quotidiane della nostra intimità fanno molti danni perché si accumulano e stimolano difese preventive che con la razionalità non hanno nulla a che fare. Abbassano il nostro livello di autostima e la nostra percezione di sicurezza si altera riducendo gli spazi mentali (e sociali) entro i quali è lecito muoversi.

Stanare questi pensieri automatici, riportare la colpa sugli autori delle molestie sessuali e non sulle vittime è un passo necessario per cominciare a contrastare questi fenomeni.

Per questo, insieme a molti altri motivi, è fondamentale fare educazione affettiva e di genere nelle scuole. Scardinare questi stereotipi fin dalla prima infanzia fa sì che aumentino le future donne che si sentano in pieno diritto di rifiutare e denunciare certi comportamenti (e di non biasimare altre donne che lo fanno) e diminuiranno i futuri uomini che sentiranno come loro diritto inalienabile metterli in atto.


Immagine in evidenza: “Il ratto di Persefone” di Simone Pignoni

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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