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Sessismo mediatico: dalle Olimpiadi a Venezia

Ad Agosto di solito tutto langue. Le strade deserte, i ritmi rallentati anche se non si è in ferie, le vacanze. Di solito sui giornali trovano spazio i gossip estivi dei VIP che scorrono sugli stream o si leggono sui giornali.

Quest’anno no. Agosto è stato un mese targato al femminile. Con scontri, spesso, che nulla hanno da invidiare alle gare di lotta che vediamo alle Olimpiadi in corso.

Sarà questo? La presenza delle gare oltreoceano ha acceso gli animi più del solito (per la stagione)?

Il sessismo alle Olimpiadi

Agosto comincia con una (a mio parere giusta) polemica su alcuni titoli di giornali a commento delle imprese sportive (sic!) di alcune atlete.

Si va dalle “cicciottelle” del tiro con l’arco (articolo per cui è stato sollevato dall’incarico il giornalista) ai vari articoli infarciti di pruderie sui corpi delle atlete (eccezione fa un articolo di alto giornalismo sui migliori “costumi” maschili), all’evidenziare per le atlete, prima del loro sport, al fatto di essere madri e mogli (cosa mai sentita per un collega uomo) che hanno trovato il tempo per lo sport.

Ne parte una legittima indignazione non solo per il modo in cui si guarda in modo voyeristico al corpo della donna ma al fatto che in secondo piano passa la performance sportiva.

Da qui si arriva all’abbigliamento di alcune atlete islamiche che scendono in campo con il velo o meno e con il corpo coperto scatenando le prime ondate di indignazione occidentale,

Il primo articolo in cui mi lascio prendere dalla discussione è quello che affronta questo tema in modo molto lucido e che evidenzia come le regolamentazioni sull’abbigliamento, in questo caso sportivo, non siano legate alla performance ma, spesso, ad esigenze estetiche imposte (vedasi il bikini nel beach volley o gli slip micro nella pallavolo, entrambi femminili, ovviamente) per regolamento.

Il burqini

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Fuor di Olimpiade, questo argomento innalza gli animi dopo la decisione del sindaco di Cannes, validata e supportata dal Primo Ministro francese Valles, di vietare il cosidetto burqini in spiaggia.

Qui mi lascio di nuovo prendere dalle chilometriche discussioni sui social, ahimé.

E qui si acutizza una simmetria dialogica che non lascia spazio alle ombre, alle mezze misure ma automaticamente polarizza a seconda che ci si esprima a favore del divieto o meno.

Sul fronte del sì al divieto si schierano molte femministe (altre si dissociano) e questo mi porta alla memoria l’annosa querelle di mesi fa sulla gpa (gestazione per altri). In comune c’è il pensare di avere il diritto (dovere) di decidere che una donna è schiava e che il nostro sistema di valori deve intervenire per liberarla. Il che ricorda vagamente i passati colonialismi.

Ovvio, sostenere questo fa di me immediatamente una islamofila a cui va bene che le donne stiano assoggettate agli uomini. Ovvio, per i meccanismi simmetrici di cui sopra, e che in parte ho già descritto qui.

Sembra inutile ribadirlo ma lo faccio: non sono contenta per il modo in cui molte donne vivono, ma credo che non sia io a dover dir loro come vivere ma appoggiare (qualora richiesti) i loro tentativi di cambiamento delle loro condizioni.

E sono altresì convinta che l’emancipazione non possa passare dai divieti, soprattutto divieti che penalizzano le donne che vorremmo “salvare”.

In questa crociata ci vedo molti sottotesti sotto ai titoli sensazionalistici e questi sottotesti mi fanno pensare. Se voglio difendere le donne, perchè vieto il burqini che rischia di far sì che in spiaggia non ci vadano più o ci vadano con l’abbigliamento di tutti i giorni? Perchè sembra scopriamo oggi che la condizione delle donne in alcuni paesi non è esattamente dignitosa? E soprattutto, e qui l’associazione con la gpa, nel caso in cui sia una scelta della donna (vedasi l’atleta di beach volley egiziana col velo, al contrario della compagna senza o della collega dei tuffi in costume), chi siamo noi per decidere che non è una vera scelta perchè sottostante una cultura oppressiva incultata fin da piccole?

La gogna mediatica di Venezia

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Foto di www.oggi.it

Avendo portato avanti il discorso degli stereotipi di genere, possiamo vedere quanta strada anche noi dobbiamo ancora fare.

Basta vedere la gogna mediatica suscitata al Festival di Venezia dagli abiti indossati da Dayane Mello e Giulia Salemi. Abiti che presentavano uno spacco che superava l’inguine. Quegli abiti possono piacere o non possono piacere. Ma la gogna mediatica (soprattutto ad opera delle donne) si è concentrata non sulla fattura del vestito ma sulle caratteristiche di personalità di chi lo portava. Come affermato in questo articolo:

il giudizio sulla loro apparenza, sul loro modo di manifestarsi nel mondo diventa molto, troppo facilmente giudizio sulla persona e sulle sue qualità morali. (…) interessante notare che già il solo giudizio di “volgarità” oltrepassa la sfera estetica e – con le donne, notare bene, mai con gli uomini – diventa morale. Diventa condanna che inchioda la ragazza o la donna in questione a una sentenza emessa dal consesso sociale. L’esistenza di una donna, nella sua totalità, è ricondotta e può venir ridotta alle sue performance estetiche. 

Il #fertilityday

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Logo ufficiale del #fertilityday

Agosto si conclude con l’ormai famigerata campagna per il #fertilityday. Una campagna retrograda e offensiva per le donne. Ma ne ho parlato già qui e non mi dilungo oltre.

Conclusioni

Come nella mia pratica professionale so non essere utile (oltre che fortemente sbagliato) imporre i miei valori alla persona che mi chiede aiuto, ma sia necessario aiutarla a scoprire le sue potenzialità, desideri e portarla a farli propri, così non credo che imporre quello che io credo sia per noi “emancipazione femminile” o un buon esporsi o l’attivarsi per il ruolo sociale che si pensa ci sia riservato, possa essere la strada giusta. Perchè l’imposizione figlia di un pensiero dominante, giocoforza relega tutti i “non conformi” nel calderone dell’ignominia sociale.

 

Immagine in evidenza presa da questo sito e in origne pubblicata su Twitter

 

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.