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Hate speech: le parole nel cyberbullismo

“Vide Lodovico spuntar da lontano un signor  tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi.” Alessandro Manzoni “I Promessi Sposi”, cap 4

Martedì mattina in occasione del #SaferInternetDay2018 sono stata chiamata a parlare del ruolo delle parole nel cyberbullismo, parole che spesso si configurano nella categorie dell’ Hate Speech. Ne ho riparlato all’Istituto Majorana di Moncalieri (TO) il 21 aprile (trovate le slide in fondo al post)

Cos’é l’Hate Speech?

Il linguaggio d’odio è una particolare categoria del linguaggio verbale o scritto e si identifica in

“parole e discorsi che hanno lo scopo di esprimere odio e intolleranza verso una persona o un gruppo (razziale, etnico, religioso, di genere o orientamento sessuale).”

Giovanni Ziccardi (Fonte)

L’Hate Speech è una tipologia di linguaggio che non è limitata al cyberbullismo ma come vediamo scorrendo i social ogni giorno è transgenerazionale e in questo noi adulti abbiamo molte rsponsabilità.

I bersagli dell’Hate Speech

Una ricerca fatta in occasione delle Elezioni Europee del 2014 evidenziò proprio questo.

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Fonte immagini

Come vediamo, le minoranze sono i bersagli più colpiti dai discorsi d’odio: minoranze etniche, orientamento sessuale e identità di genere, disabili. Ma può interessare anche il fenomeno del body shaming ad esempio, ossia il bersagliare la forma fisica di una persona.

Questo, soprattutto dove l’hate speech è normato, non ha nulla a che fare con la libertà di espressione.

“L’azione dei legislatori sarebbe inquadrata in un processo di riforma volto a limitare le espressioni d’odio con la convinzione, legata alla tradizione europea, che le stesse non siano elementi utili per la vivacità della società e della democrazia e vadano combattute per tutelare la dignità dell’essere umano.” Zicccardi (ibid)

Per parafrasare la nota frase di Martin Luther King, [Tweet “la mia libertà di espressione finisce quando inizia quella altrui.”]

La cura delle parole

Le parole possono diventare un facile veicolo di aggressività e possono colpire e lasciare segni non visibili ma non per questo meno dolorosi.

“Le parole fanno più male delle botte, cavolo se fanno male. Ma a voi non fanno male??” ci scrive Carolina Picchio, 14 anni, prima di buttarsi dal balcone della sua camera.

Dobbiamo avere cura delle parole che usiamo perché le parole comportano una responsabilità.

Le #parole pesano: usiamole in modo responsabile. #hatespeech #haters #razzismo

Un post condiviso da Sonia Bertinat (@sonia_bertinat_psy) in data:

Hate Speech e Cyberbullismo

Le parole sono il veicolo principale degli atti di cyberbullismo, siano esse scritte che orali: molestie, battaglie verbali, denigrazione.

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Hate speech e cyberbullismo (Fonte)

Sono le parole dei bulli ma sono anche le parole di chi commenta, magari senza conoscere nemmeno la vittima.

Sono le parole che rimangono chiuse nella gola della vittima. Parole che vorrebbero chiedere aiuto ma non ce la fanno.

Ma sono anche le parole interiori dei bulli, parole che è difficile ascoltare per loro e che per questo le sostituiscono con le parole che possono essere lanciate come dardi su qualcun altro.

Il danno che può fare un atto di cyberbullismo è stato recentemente paragonato a quello creato dall’abuso infantile. Un vero e proprio trauma che colpisce il nostro cervello e che può riattivarsi anche molti anni dopo l’evento.

Conclusioni

Combattere l’hate speech è possibile solo se ce ne facciamo carico come società intera, a partire dagli adulti. E’ possibile se cominciamo a capire che le parole scritte online non hanno meno peso di quelle dette vis à vis.

L’educazione al rispetto, trasversale, interessa quindi tutti.

Ma è fondamentale intervenire durante la crescita di bambini e ragazzi per far sì che il rispetto per l’Altro, l’incontro con le differenze che arricchiscono, il riconoscimento dello stato di “essere umano pari a me” all’altro sono antidoti che devono essere ritenuti importanti al pari dei vaccini. Sono una profilassi per far sì che le prossime generazioni di adulti affrontino il mondo e il loro prossimo in modo più umano.

In questi giorni in giro per le scuole ho visto tanti visi, tanti corpi, tanti colori. Tutti insieme.

L’inclusione e il rispetto sono i nostri antidoti.

Spargiamoli il più possibile.

 

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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