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Errare humanum est? L’errore al giorno d’oggi

L’errore è una macchia, una pecca da eliminare perché rovina l’immagine perfetta. Non è un processo che fa parte di noi ma un qualcosa da nascondere, mimetizzare, annullare perché denota un nostro fallimento.

Questo ci viene spesso trasmesso. Ma è davvero così?

Quanto è contemplato l’errore oggigiorno? Quale valenza ha nel processo di apprendimento e di crescita?

Queste sono le domande che mi sono posta leggendo alcuni articoli nei giorni scorsi.

La penna che cancella gli errori

Ricordo ancora i miei anni di scuola, quando uscirono le prime penne Replay. Vietate in modo tassativo a scuola. E allora si andava di bianchetto nelle copie “in bella” con il risultato di consegnare fogli appesantiti da litri di calce bianca che segnalavano la presenza sottostante dell’errore.

Quando mia nipote cominciò la primaria, invece, scopro che la penna cancellabile è stata non solo sdogananta, ma consigliata, per avere quaderni sempre in ordine. L’apparenza, la forma vince sul processo e sulla sostanza. L’errore commesso può essere facilmente eliminato senza lasciare traccia non solo sul foglio ma anche nella memoria. Un’educazione in cui è importante il risultato, lindo, pulito, impeccabile ma dove il ragionamento, di cui l’errore è componente, viene eliminato.

Il quaderno non è uno strumento di lavoro, ma un cimelio da esibire…. (Fonte)

Fortunatamente si è visto che questa pratica porta conseguenze non sempre positive per il processo di apprendimento, come si può leggere nell’articolo sopra citato.

Impariamo dagli errori

Molti di noi sono stati cresciuti col motto “sbagliando si impara”. Un motto che ci ricordava come gli errori non solo erano contemplati, ma che erano necessarie conseguenze dei tentativi di apprendimento. Questo concetto trova il sostegno di molte teorie pedagogiche che includono l’errore all’interno del processo di apprendimento e non lo considerano un fallimento dello stesso.

La comprensione e l’analisi dell’errore permette di trovare nuove strategie per raggiungere l’obiettivo e diventa un tramite per conoscersi meglio. Spesso agiamo infatti mossi da automatismi, da modalità sedimentate che non sempre sono funzionali per le nuove sfide che si incontrano dando spazio all’errore che quindi diventa un indicatore del fatto che è necessario trovare un’altra via.

Il motto che ho usato come titolo prosegue con “perseverare diabolicum”. Un monito che va proprio a sottolineare la funzione dell’errore: un segnale che il modo in cui stiamo facendo una cosa è sbagliata. L’errore fa parte dell’esperienza umana ma il perseverare nell’errore non porta ad un apprendimento e rischia di farci rimanere fermi.

Sbagliare è creativo

Proprio perché permette di modificare e superare i nostri automatismi, l’errore apre lo spazio alla creatività. Quando non abbiamo strumenti appresi che ci permettano di risolvere una situazione, sarà solo con un pensiero creativo che troveremo un’altra soluzione. Sarà la creatività ad aggiungere elementi nuovi, ad avviare nuove modalità per affrontare il problema o la situazione in modo che entrino a far parte del bagaglio di esperienze.

Penalizzare l’errore, ritenerlo un elemento negativo può portare a non considerarlo come un qualcosa di utile ma come un qualcosa da evitare, biasimabile di cui vergognarsi. E ciò può far perdere la possibilità di sviluppare un pensiero creativo.

Etimologicamente errore riporta a “L’andar vagando, peregrinazione, vagabondaggio” (Treccani). Un concetto dinamico, un qualcosa che permette di esplorare, una strada da percorrere.

L’errore non è un vicolo cieco

L’errore implica lentezza. Non vi è una linea retta tra problema e soluzione ma una linea più tortuosa in cui l’errore deve trovare il suo spazio costruttivo. Riporto a tal proposito le parole della collega Caterina Frustagli

https://www.facebook.com/caterina.frustagli.5/posts/10215496257420402

In una società sempre di fretta, che vuole il risultato subito, in cui tutti noi prima di provare a ragionare su un dubbio andiamo a cercarlo su internet lo spazio di pensiero che dà spazio all’errore si riduce sempre di più.

Errore e immagine di sé

Se l’errore esce dalla norma dell’esperienza umana, non ne esce dall’esperienza. Ma diventa un qualcosa da nascondere, da mimetizzare sotto una coltre di giustificazioni o di artifici. Diventa una cosa di cui vergognarsi, una falla nel nostro tentativo di mostrare agli altri una immagine perfetta e impeccabile.

Se non possiamo più contemplare l’errore come facente parte della nostra vita, preferiremo allora non affrontare più le situazioni in cui l’errore sappiamo si presenterà piuttosto che farcene carico per provare a trovare altre strategie.

Il termine vergogna etimologicamente deriva da verecondia

verecóndia (ant. verecùndia) s. f. [dal lat. verecundia; cfr. vergogna]. – 1. ant. Timore di fare cosa che possa venire rimproverata: la verecundia è una paura di disonoranza per fallo commesso (Dante). 2. Disposizione d’animo di chi rifugge da ogni cosa che possa, anche lontanamente, offendere il pudore, la riservatezza e la modestia.

Ed ecco che immediatamente il disonore fa capolino come rischio delle nostre azioni erronee.

In un’epoca in cui la visibilità è condizione perenne, l’essere presentabile ne diventa immediatamente corollario. E si è presentabili solo se, appunto, si risulta impeccabili.

Conclusione

Riabilitare l’errore nella sua possibilità di apprendimento, di crescita di miglioramento di sé è il modo migliore per arricchirci. Un modo per riappropriarci della nostra fallibile umanità che può incontrare senza timore la fallibilità altrui in un processo di accrescimento reciproco.

Ne beneficeranno le relazioni con gli altri perché non saremo più in difesa dietro le nostre trincee al fine di non far trasparire le nostre falle ma consci delle nostre e di quelle altrui.

Se l’altro non è più un nemico da cui difenderci, riusciremo ad incontrarlo davvero e magari arricchirci a vicenda.

 

 

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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