L’altalena relazionale: un “bel” gioco bello solo quando finisce

Immaginate un’altalena. Chi è seduto volteggia nel’aria inebriato, avanti e indietro, allontanandosi ed avvicinandosi a chi lo spinge. Chi spinge vive dell’ebbrezza che dona all’altro e pur di mantenerla continua a spingere e spingere, perché sa che in questo modo la spinta, sì allontana l’altro ma renderà il ritorno inevitabile, il ritorno alle sue mani che provvederanno ad un’ulteriore spinta, in un ciclo perpetuo in cui non si capirà più perché ci si è messi dietro quell’altalena nella perenne attesa di un ritorno che ci trova con le braccia tese pronte ad agire.

Avete visualizzato? Ecco, la fame d’amore è molto simile. Si vive nella perenne attesa di quel ritorno, ritorno che teniamo (o pensiamo di tenere) sotto controllo nell’essere le uniche depositarie della forza che gli permette di allontanarsi. Senza la nostra spinta, una volta tornato, non potrà riprendere il ciclo di oscillazioni, di andate e ritorni, di tradimenti e promesse. In questo ci sentiamo utili, a tratti fondamentali, indispensabili, ed è questa la sensazione che ci nutre.

E ci si aspetta un ringraziamento per la paziente attesa del ritorno dell’altalena, ringraziamento che spesso non avviene e allora la rabbia ci fa spingere di più e spingendo di più allontaniamo di più ma il ritorno avverrà con maggior forza.

Si è complici, protagoniste, vittime, di questo gioco perpetuo che si nutre delle aspettative altrui.

Chi è sull’altalena non pensa di non trovare al suo ritorno chi gli permetterà di ripartire e questa fiducia ci rende forti, sembra ci renda importanti e utili.

Cosa fare? Smettiamo di spingere! Smettiamo di dare energia e vigore a questo circolo vizioso che non ci dà altro che le spalle di chi pensiamo di amare. Smettere di spingere è la cosa più difficile da fare. Le oscillazioni piano piano rallenteranno (perchè chi è sull’altalena difficilmente penserà di doversi spingere da solo e forse non ne è capace) e ci implorerà, ci insulterà, ci farà sentire in colpa, cercherà, insomma in tutti i modi conosciuti di far si che si riprenda il “gioco”.

A questo punto dovremmo attingere a tutta la nostra forza, all’aiuto delle persone che ci stanno vicino e capiscono cosa stiamo passando, per resistere alle lusinghe, ai sensi di colpa.

Quando riusciremmo a stare abbastanza a lungo davanti a quell’altalena ferma (e che probabilmente sarà vuota a quel punto) solo allora riusciremmo ad allontanarcene. E facendolo dobbiamo concentrare tutta quella forza su di noi e cominciare a spingere la nostra altalena interiore per permetterci di spiccare il volo in autonomia.

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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Comments 4

  1. …….e cominciare a spingere la nostra altalena interiore per permetterci di spiccare il volo in autonomia.
    …….complimenti!!!!……la morbosità dell' "oggetto",….. del possesso, descritto con una metafora singolare ed implacabile…..tutti dovremo riflettere!!!.

    1. Post
      Author

      Assolutamente! Non é un meccanismo riscontrabile solo nelle dipendenze affettive. In esse assume un valore estremo, ma in minima parte possiamo trovarlo in molte relazioni. Solo ponendosene al di fuori possiamo osservarle per ciò che sono…

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