raccontare storie

Raccontare storie per affrontare il bullismo

Ho di recente letto il libro “L’anno in cui imparai a raccontare storie” di Lauren Wolk.

Oltre ad essere un libro molto bello, tratta molte tematiche di cui mi occupo. Per cui, senza spoilerare troppo, vi spiego perché e cosa c’entra col bullismo.

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La storia

L’anno in cui compii dodici anni, imparai a mentire. E non mi riferisco alle piccole frottole che raccontano i bambini. Intendo proprio vere bugie, alimentate da vere paure – cose che dissi e feci che mi strapparono alla vita che avevo conosciuto fino a quel momento scaraventandomi in una nuova esistenza.

Così inizia il libro di Lauren Wolk. Il termine “storie” assume di volta in volta significati positivi o negativi. E sì, per “raccontare storie” qui si intende raccontare bugie.

Bugie per proteggersi dalla paura, bugie per proteggersi dal bullismo.

La protagonista, infatti, Annabelle viene presa di mira da una compagna di classe che comincia a bullizzarla chiedendole dei “regali” per non essere picchiata. E Annabelle viene picchiata da Betty, una ragazza che sembra non possedere un grammo di empatia per la vita altrui. Una ragazza che sopravvive sottomettendo i più deboli, umani o animali che siano, con un vissuto doloroso alle spalle cui non ha saputo reagire se non diventando la più forte e che, dietro una presenza e un comportamento angelico di fronte agli adulti, sfodera una crudeltà inaudita verso i deboli.

Annabelle prova ad affrontare la situazione da sola, senza parlarne coi genitori con cui ha comunque un buonissimo rapporto e che sono molto tutelanti nei suoi confronti.

Non lo fa per non farli preoccupare ma anche perché sentirsi e farsi vedere deboli non le piace affatto.

Capii che non sarei potuta diventare dodicenne senza darmi da fare, cioè senza trovare il mio posto, guadagnarmi la mia piccola fetta di autorità, la possibilità di contare qualcosa. Ma c’era di più. L’anno in cui compii dodici anni, imparai che quello che dicevo e facevo era importante. Così importante, a volte, che non ero sicura di volere un simile fardello sulle mie spalle. Ma me lo accollai ugualmente, e lo portai come meglio potevo.

L’inizio dell’adolescenza coincide coi i primi tentativi di autonomia dagli adulti, un volercela fare da soli perché si è grandi. Chiedere aiuto agli adulti può voler dire che si dipende ancora da loro e, pur essendo ovviamente vero, è una cosa cui non si vuole pensare.

“Quello che dicevo e facevo era importante”: in questa frase è racchiuso il germogliare di un nuovo IO e la consapevolezza di come le parole siano importanti quanto i fatti nel raccontarsi e raccontare la propria storia.

“Perché non ci hai detto niente” diranno i genitori di fronte alla confessione di Annabelle. Una frase che denota stupore e rammarico per non essere più il punto di riferimento che erano stati fino ad ora per la figlia, il rammarico per la consapevolezza di non poterla aiutare o proteggere.

I bulli

La descrizione di Betty è rappresentativa di quelli che chiamiamo bulli. E sì, anche le ragazze possono esserlo anche se ancora si fa fatica a pensarlo. Lo sono con le parole e con le azioni.

Betty trova nella classe un gregario, un compagno di cui si invaghisce e che agisce al suo fianco senza mettere in discussione le sue azioni.

Ma i due ragazzi, bulla e gregario, non sono cattivi di natura, lo diventano a causa di una loro storia cui, come ho detto, non hanno trovato altro modo di reagire.

Ed è per questo che, dal punto di vista psicologico, devono essere presi in carico anche loro, affinché quella cattiveria reattiva non si cristallizzi, affinché la mancanza di empatia non porti ad adulti aridi che non riescono ad accogliere l’Altro.

Il debole, il “diverso”

Queste sono due delle categorie bersaglio di discriminazioni, di bullismo.

Nel libro ci sono i compagni più deboli,  vessati dalla prepotenza e prevaricazione dei più forti.

Ma c’è anche Toby, tornato dalla guerra con quello che probabilmente oggi chiameremo PTSD (disturbo da stress post traumatico), che non riesce a reintegrarsi nella società, vive solo, vagabonda, non fa male a nessuno ma gli viene puntato il dito contro perché “strano”. Quello che è più facile incolpare perché il pregiudizio lo ricopre come una veste molto stretta che non può togliersi.

E infine c’è il signor Ansel, di origine tedesca. Il signor Ansel vive in America da molti anni ma il suo accento tradisce ogni volta la sua appartenenza, un’appartenenza che in piena seconda guerra mondiale fa immediatamente iscrivere il signor Ansel nella categoria dei cattivi, quelli da discriminare, da aggredire. Come se aggredire lui potesse vendicare i parenti morti in Europa.

«Ma il signor Ansel ha vissuto la maggior parte della sua vita qui» dissi. «Lo so bene, così come lo sai tu. Ma per alcuni questo non conta. Hanno bisogno di dare la colpa a qualcuno e il signor Ansel è il bersaglio più vicino che hanno a disposizione».

Il diverso non è solo chi non riconosciamo inseribile in un “noi”, ma anche chi percepiamo pericoloso per il nostro “noi” in quanto portatore di una diversità che mina lo status quo.

Annabelle, in quanto vittima, ma anche grazie ad una educazione parentale che le ha instillato il rispetto per l’altro, la necessità di conoscere prima di giudicare, il non fermarsi alle apparenze, riesce a mettersi dalla parte dei deboli (Toby e Ansel) facendo di tutto per difenderli e proteggerli da una popolazione accecata dall’odio e dal pregiudizio.

Conclusioni

Annabel inizia a  raccontare storie, bugie, per difendersi. Ma poi il raccontare storie, la propria storia, diventa liberatorio, la condivisione alleggerisce il peso che pensava di dover tenere da sola sulle sue spalle da dodicenne.

Quando ebbi finito mi resi conto, sgomenta, che nessuna delle cose che gli avevo riferito era così terribile come mi era sembrata sul momento

E la storia che viene raccontata diventa una bella storia, che racconta un po’ tutti noi, anche se si svolge 60 anni fa.

Raccontare storie, raccontare, parlare, è il modo migliore per suddividere i pesi, alleggerirli, vederli con occhi nuovi. Condividi il Tweet

Per questo nei miei laboratori coi bambini, ma anche in terapia, racconto storie. Perché se una storia è già stata raccontata da qualcun altro, vuol dire che possono raccontare anche la mia.

Si comunica che non si è soli, che si può condividere, che è possibile.

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Sonia Bertinat

Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico. Da anni mi occupo di dipendenze da sostanza e comportamentali. In parallelo mi occupo di tematiche LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) e dell'impatto delle nuove tecnologie sulla vita intrapsichica e relazionale delle persone.

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